Il pedone scivola sulla grata di ferro mal posizionata durante l’accesso ad una sede dell’Inps e riporta lesioni fisiche (Cassazione Civile, sez. III, 22/02/2022, ud. 21/12/2021, dep. 22/02/2022, n.5752).

Caduta sulla grata di ferro: la danneggiata  cita in giudizio l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale davanti al Tribunale di Roma, chiedendo che fosse condannato al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della caduta avvenuta a causa della presenza di una grata sdrucciolevole in ferro, non correttamente posizionata al suolo, presso una delle sedi dell’Istituto.

Il Tribunale di Roma rigettava la domanda e compensava le spese di lite.

La donna impugna dinanzi la Corte d’Appello che rigetta il gravame.

Contro la sentenza d’appello la donna ha proposto ricorso per cassazione, che veniva rigettato con ordinanza 12 marzo 2019, n. 707.

In tale ordinanza la Corte, dopo aver premesso che il ricorso era basato “su un unico motivo” nel quale era stata denunciata la violazione dell’art. 115 c.p.c., ha rilevato che la censura era infondata, perché non risultava che l’INPS non avesse contestato la narrazione dei fatti compiuta dall’attrice in primo grado. L’ente convenuto, infatti, “aveva contestato proprio che l’esistenza della grata fosse da correlarsi eziologicamente alla caduta in cui era incorsa l’attrice”, come chiaramente emergeva dalla comparsa di risposta depositata nel giudizio di primo grado. Su tale profilo, del resto, si era pronunciata la sentenza di primo grado; e sulla questione dell’efficienza causale della grata rispetto alla caduta la ricorrente non aveva, a suo tempo, proposto appello, dato che il primo motivo di gravame aveva ad oggetto questioni del tutto diverse.

Contro la citata ordinanza di rigetto la donna propone ricorso per revocazione.

La ricorrente osserva che l’INPS non aveva mai contestato il fatto storico della sua caduta nella struttura e rileva che la Corte d’appello avrebbe dovuto, partendo da tale premessa, ritenere che l’INPS non avesse dimostrato l’esistenza del caso fortuito, con conseguente necessità di disporre la cassazione della pronuncia impugnata con il primo ricorso.

L’ente convenuto, infatti, avrebbe dovuto provare che la caduta si era determinata per un fatto estraneo alla sua sfera di controllo, tanto che la giurisprudenza di legittimità si è più volte espressa nel senso che l’art. 2051 cit., individua un caso di responsabilità oggettiva; mentre la parte danneggiata è tenuta a dimostrare solo il fatto storico ed il nesso di causalità.

Ribadisce la ricorrente, quindi, che la dinamica del sinistro dimostrava senza dubbio che ella era caduta sulla grata di ferro a causa del cattivo posizionamento, circostanza non contestata dall’INPS e dimostrata dall’espletata istruttoria.

Il ricorso per revocazione viene accolto per quanto riguarda la fase rescindente.

L’ordinanza del 2019 è caduta in due evidenti errori di fatto, il primo è costituito dall’affermazione secondo cui il ricorso per cassazione era supportato da un unico motivo, mentre i motivi erano due; il secondo è costituito dall’affermazione per cui la ricorrente non aveva contestato, in sede di appello, la violazione dell’art. 115 c.p.c..

Ergo, revocata l’ordinanza impugnata, la Suprema Corte analizza il merito della vicenda.

Dalle motivazioni della Corte d’Appello emerge che la deposizione di uno dei testi non poteva essere considerata attendibile. A questa conclusione la sentenza è pervenuta, condividendo la valutazione già compiuta dal Tribunale, in quanto ha posto in dubbio l’effettiva presenza del teste sul luogo e nel momento della caduta. La Corte d’appello ha ribadito, infatti, che nella verbalizzazione dell’accaduto davanti alla Polizia Municipale non si faceva menzione della presenza del teste suddetto, che era stato indicato per la prima volta soltanto in sede giudiziaria.

Ebbene, la Corte di Roma, una volta ritenuta non credibile la deposizione del teste ha ritenuto le restanti prove irrilevanti, posto che la Polizia Municipale esaminava i luoghi sette giorni dopo l’accaduto, accertando “semplicemente la presenza della grata con rialzo di due centimetri priva di tappeto antisdrucciolo, dando così solo conto dello stato dei luoghi”.

In considerazione di ciò, il nesso eziologico tra la cosa in custodia e la caduta sulla grata di ferro era rimasto “sfornito di sufficiente supporto probatorio”.

Alla luce di tale motivazione, le doglianze dell’originario ricorso per Cassazione inammissibile e, comunque, prive di fondamento.

La sentenza impugnata, ha ritenuto non dimostrato il nesso di causalità tra il posizionamento della grata in ferro e la caduta sulla grata medesima, fermandosi quindi al primo passaggio del processo logico richiesto dal citato art. 2051 c.c.

In altri termini, una volta ritenuto non dimostrato che la caduta sulla grata di ferro sia avvenuta per il cattivo posizionamento della stessa, ogni ulteriore accertamento diventava superfluo, quindi, non era necessario verificare se il custode avesse, o meno, provato l’esistenza del caso fortuito.

In conclusione, l’ordinanza n. 7073 del 2019 viene revocata e il ricorso originario, deciso ex novo, è parimenti rigettato.

Avv. Emanuela Foligno

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