Qualora non sia convenuto dalle parti e non sia possibile stabilirlo secondo le tariffe o gli usi, il giudice può determinare il compenso dovuto all’avvocato per la prestazione professionale

Il compenso può essere anche ridotto in ragione della non “particolare difficoltà” della questioni trattate e della natura seriale di controversie dello stesso tipo.

La vicenda

La Corte d’Appello di Messina aveva accolto il ricorso presentato da un avvocato, condannando il suo cliente a versagli la somma di 6.817,50 euro, oltre rivalutazione e interessi legali per averlo assistito in un giudizio civile.

La Corte d’Appello siciliana aveva ritenuto che la somma così determinata fosse rispettosa delle tariffe professionali, e in particolare dei valori medi, considerato che il valore della causa, secondo le tabelle di cui al D.M. n. 55 del 2014, rientrasse nello scaglione compreso tra 52.000 e 260.000 euro. A fondamento della propria decisione, la corte di merito aveva posto anche il fatto che le questioni trattate nel predetto giudizio non fossero di particolare complessità, essendo comuni a una pluralità di cause dello stesso tipo, che il medesimo professionista aveva già proposto in favore di altri lavoratori.

Il potere del giudice nella determinazione dei compensi

L’articolo 2233 c.c., dispone che il compenso dovuto per le prestazioni d’opera intellettuale, se non è convenuto dalle parti e se non può essere stabilito secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene.

Si tratta di una norma che secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale attribuisce un potere discrezionale al giudice che, se congruamente motivato ed esercitato in conformità alle tariffe professionali, è insindacabile in sede di legittimità.

Tale potere discrezionale può esplicarsi anche nell’aumento o nella riduzione dei compensi e ciò a prescindere dall’istanza del professionista o, correlativamente, dalla richiesta del cliente.

Limiti

L’unico limite è che, nei rapporti tra professionista e cliente, il giudice non può liquidare gli onorari al di sotto dei minimi tariffari, circostanza che nel caso di specie l’avvocato aveva mai allegato né tanto meno provato.

La Corte di Cassazione (Sezione Sesta Civile, ordinanza n. 29212/2019)ha anche precisato che le uniche tariffe che escludono la discrezionalità del giudice sulla determinazione dei compensi sono quelle fisse (cosiddette tariffe obbligatorie alle quali si riferisce anche l’articolo 636 c.p.c., comma 1, u.p.), dato che soltanto queste ultime sono astrattamente idonee ad integrare direttamente il contratto, non anche quelle con determinazione del massimo e del minimo, le quali hanno solo “la funzione di fissare i limiti dell’autonomia privata nella determinazione del compenso e di dettare i criteri di liquidazione che, in mancanza di accordo, il giudice è tenuto a rispettare”.

Ebbene, nel caso in esame non vi era stata alcuna violazione del principio della adeguatezza del compenso all’importanza dell’opera e al decoro del professionista, posto che gli onorari liquidati erano comunque superiori ai minimi tariffari previsti per la fascia di valore della controversia.

Parimenti è stata ritenuta priva di pregio la dedotta violazione del D.M. n. 55 del 2014, articoli 2 e 4.

Il comma 1 della citata norma dispone che: “Ai fini della liquidazione del compenso si tiene conto delle caratteristiche, dell’urgenza e del pregio dell’attività prestata, dell’importanza, della natura, della difficoltà e del valore dell’affare, delle condizioni soggettive del cliente, dei risultati conseguiti, del numero e delle complessità delle questioni giuridiche e di fatto trattate. In ordine alla difficoltà dell’affare si tiene particolare conto dei contrasti giurisprudenziali, e della quantità e del contenuto della corrispondenza che risulta essere stato necessario intrattenere con il cliente e con altri soggetti. Il giudice tiene conto dei valori medi di cui alle tabelle allegate, che, in applicazione dei parametri generali, possono essere aumentati, di regola, fino all’80%, o diminuiti fino al 50%. Per la fase istruttoria l’aumento di regola fino al 100% e la diminuzione di regola fino al 70%”.

Nel caso in esame, l’esercizio del potere di riduzione dei compensi da parte della Corte territoriale era stato giustificato non già sul presupposto della “identità della posizione processuale dei vari soggetti” e dell’assenza di “specifiche e distinte questioni di diritto” (articolo 4, comma 4), bensì in ragione del più lato criterio della non “particolare difficoltà” della questione trattata, in quanto già risolta con diverse sentenze della Cassazione.

La decisione

In altre parole, l’argomento della natura seriale delle controversie (“questioni comuni a molteplici giudizi dello stesso tipo proposti in primo grado da personale marittimo assistito dallo stesso difensore”) era stato utilizzato dalla Corte d’Appello al solo al fine di rafforzare il giudizio già espresso sulla mancanza di una particolare complessità e difficoltà delle questioni trattate, ai sensi dell’articolo 4, comma 1, (cfr. Cass. 12/6/1998, 5887, secondo cui “l’esercizio della facoltà discrezionale nella determinazione degli onorari entro le misure minime e massime tabellari può essere legittimamente orientato pure dalla valutazione comparativa della attività difensiva svolta dall’avvocato per il medesimo cliente in altre controversie, aventi analogo oggetto e involgenti “argomenti comuni e spesso addirittura ripetitivi”, essendo tale valutazione comparativa idonea a definire – a norma del D.M. n. 585 del 1994, art. 5, – l’importanza delle questioni trattate”.

Avv. Sabrina Caporale

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