Tre giorni di appostamenti, pedinamenti, avvicinamenti anche fisici e apprezzamenti alla persona offesa … altro che corteggiamento, per i giudici della Cassazione si tratta di stalking

Corteggiamento non corrisposto o stalking?

La Corte d’appello di Milano aveva confermato la sentenza del locale Tribunale che aveva condannato un uomo alla pena di sei mesi di reclusione per reato di stalking di cui all’art. 612 bis c.p., perché, con condotte reiterate, aveva molestato la persona offesa, tanto da cagionarle un perdurante e grave stato di ansia e di paura, costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita.

Contro la citata sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del suo difensore di fiducia, lamentando, con un unico motivo, l’errata applicazione della legge penale in relazione all’art. 612 bis c.p.

A sua detta, le azioni poste in essere, diversamente da quanto sostenuto dalla Corte territoriale, configuravano un semplice corteggiamento non corrisposto, certamente non tale da determinare nella parte offesa uno stato di ansia ed una modifica delle proprie abitudini di vita. Peraltro, tutto era accaduto nell’arco di soli tre giorni, tempo sicuramente non sufficiente – a detta del ricorrente – a scatenare uno stato di ansia grave e perdurante, così come indicato dalla norma incriminatrice, anche in considerazione dell’assenza di offensività delle suddette azioni.

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile (Cassazione, Quinta Sezione Penale, sentenza n. 104/2019).

Contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, la Corte territoriale -dopo aver dato conto delle condotte poste in essere dall’imputato nei confronti della persona offesa- aveva esposto le ragioni per le quali tali condotte erano riconducibili al reato di stalking.

In particolare, la sentenza impugnata- ritenuta la ricostruzione degli avvenimenti effettuata dalla vittima pienamente attendibile- aveva posto in evidenza con assoluta chiarezza il crescendo dei comportamenti invasivi della libertà personale e della sfera personale della persona offesa da parte dell’imputato, comportamenti via via sempre più ossessivi, tradottisi in appostamenti, pedinamenti, avvicinamenti anche fisici, apprezzamenti ecc.; tali condotte avevano determinato nella donna uno stato di timore e di ansia, costringendola a modificare i propri comportamenti e le proprie abitudini di vita, quali ad esempio, il cambio dell’orario di gioco al parco con i propri figli.

La giurisprudenza

Al riguardo, è stato sufficiente richiamare i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui, ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612 bis cod. pen.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico, ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima (Sez. 5, n. 18646 del 17/02/2017).

Per quanto concerne, poi, il breve arco temporale nel quale le condotte erano state poste in essere, la Cassazione ha più volte evidenziato come sia configurabile il delitto di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto (anche nell’arco di una sola giornata), a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo arco temporale, sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 38306 del 13/06/2016).

In definitiva, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

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