Danno biologico nel sinistro stradale in un particolare caso in cui il Giudice disattende gli esiti della CTU avallando la Consulenza di parte (Cassazione civile sez. VI, dep. 15/06/2022, n.19229).

Danno biologico nel sinistro stradale: il CTU accerta il danno permanente del 3% mentre  il CTP espone un danno del 20%.

Il danneggiato conveniva innanzi al Tribunale di Vibo Valentia, il responsabile del sinistro e la Compagnia assicuratrice chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni patiti.

Con sentenza 18 maggio 2017 il Tribunale accoglieva la domanda; riteneva non condivisibile il grado di invalidità permanente stimato dal C.T.U. in misura pari al 3%; e condivideva l’opinione del consulente di parte attrice determinando il grado di invalidità permanente nella misura del 20%.

La decisione veniva appellata dall’Assicurazione. Con sentenza 6 giugno 2019 la Corte d’appello di Catanzaro accoglieva il gravame e determinava il danno biologico nella significativa minor somma di Euro 8.374,48.

La Corte d’appello riteneva che il danneggiato subiva postumi consistenti in una “lievissima sintomatologia” consistente in una sfumata paraparesi, in assenza di lesioni neuroradiologiche.

La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione dal danneggiato con ricorso fondato su due motivi.

Col primo motivo il ricorrente deduce che la Corte d’appello avrebbe erroneamente liquidato il danno biologico in base ai criteri stabiliti dall’art. 139 codice assicurazioni, norma entrata in vigore dopo l’avverarsi del sinistro.

Il motivo è inammissibile. Il ricorrente, in sostanza, deduce che il Giudice di merito avrebbe liquidato il danno biologico alla salute in base ad un criterio sbagliato, ma non chiarisce a quale diverso e più vantaggioso risultato la Corte d’appello sarebbe pervenuta, se avesse stimato il grado di invalidità permanente con altri criteri (non vengono indicati quali) per la monetizzazione del danno biologico permanente.

Un ricorso così concepito è dunque inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4, per insufficiente esposizione dell’interesse a proporlo.

Ad ogni modo, la suprema Corte aggiunge che il ricorso invoca comunque l’applicazione di principi di diritto erronei.

Erronea è l’affermazione secondo cui, quando la legge in una determinata materia detti regole per la liquidazione del danno aquiliano, tali regole debbano applicarsi solo ai fatti illeciti avvenuti dopo l’entrata in vigore di esse.

E’ vero l’esatto contrario: la liquidazione di qualunque danno, ove la legge non disponga altrimenti, deve avvenire in base alle regole vigenti al momento della liquidazione, e non al momento del fatto illecito.

La liquidazione del danno, infatti, non è un elemento della fattispecie astratta “illecito”. La liquidazione del danno è un giudizio, e come tutti i giudizi non può che avvenire in base alle regole (di fonte normativa o pretoria) vigenti al momento in cui viene compiuto.

Egualmente erronea è l’allegazione secondo cui la Corte d’appello di Catanzaro, liquidando nel 2019 un danno alla salute verificatosi quattordici anni prima, non avrebbe potuto valutare il grado di invalidità permanente in base ai criteri stabiliti dall’art. 139 cod. ass..

Infatti l’art. 354 cod. ass., comma 5, lett. (b), nell’elencare le norme abrogate per effetto dell’entrata in vigore del codice delle assicurazioni, ha espressamente previsto la permanenza in vigore del D.M. 3 luglio 2003, (in Gazz. uff. n. 211 dell’11 settembre 2003), vale a dire del provvedimento di approvazione della tabella contenente i criteri medico legali per la stima del danno biologico permanente compreso tra uno e nove punti di invalidità.

Il ricorso viene dichiarato inammissibile.

Avv. Emanuela Foligno

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