Nel caso in cui tra la lesione e il decesso della vittima trascorra un apprezzabile lasso di tempo viene riconosciuto il danno biologico terminale, o cosiddetto tanatologico

La dibattuta questione sul riconoscimento, o meno, del danno biologico terminale, o altrimenti detto danno tanatologico, ancorata ad un certo periodo di tempo che sia “apprezzabile” in capo alla vittima è stata decisa dalla Suprema Corte (Cass. Civ., sez. VI Civile – 3, Ordinanza n. 21508 del 6 ottobre 2020) con la pronuncia qui oggetto di commento.

Ancora oggetto di contrasti applicativi e interpretativi il concetto di danno biologico terminale che corrisponde alla compromissione della salute patita dalla vittima nell’intervallo di tempo intercorrente tra le lesioni e il sopraggiungere della morte.

Come noto l’intervento della giurisprudenza ha chiarito che la voce di danno in questione sussiste qualora tra la lesione e la morte da essa derivante intercorre un apprezzabile lasso temporale.

Dopo alcuni anni di incertezze nell’interpretare “l’apprezzabilità” del periodo utile al riconoscimento del danno sono intervenute le Sezioni Unite del 2015 (22 luglio 2015, n. 15350), e successivamente nel 2018, l’Osservatorio del Tribunale di Milano ha predisposto una tabellazione anche per il danno denominato terminale.

La vicenda che qui si commenta trae origine da un sinistro stradale tra un veicolo e un motociclista che decedeva due giorni dopo ed approda in Cassazione su impulso dei congiunti dell’uomo deceduto poiché la Corte d’Appello non riteneva sufficiente il lasso di tempo intercorso tra l’evento e il decesso a far maturare il danno terminale.

Preliminarmente gli Ermellini ritengono il ricorso fondato e rilevano come errato quanto affermato dalla Corte d’Appello sulla circostanza che la vittima non fosse sopravvissuta per un lasso di tempo apprezzabile in modo tale da fare maturare il danno biologico terminale.

Viene, dunque, dato seguito all’impronta delineata  dalle Sezioni Unite  sul riconoscimento del danno biologico terminale jure ereditatis.

Nel caso in cui tra la lesione e la morte del soggetto leso trascorra un apprezzabile lasso di tempo è giustificato il riconoscimento in favore del danneggiato del danno biologico terminale, cioè il danno biologico a cui può aggiungersi un danno morale da lucida agonia, relativo alla sofferenza psicologica di rango elevatissimo provata dalla persona che sia in grado di percepire l’imminenza della morte.

Viene ricordato che l’esigenza di fissare una soglia minima  utile per apprezzare l’invalidità temporanea è sorta dalle difficoltà interpretative che hanno causato negli anni addietro ingiuste sperequazioni.

Si consideri, difatti, che per un certo periodo veniva riconosciuto il danno terminale nei casi di decesso a distanza di 3-4 ore dall’evento lesivo.

Successivamente, si interponeva un orientamento che delineava la necessità di distinguere se la vittima era, o meno, cosciente nel periodo tra il sinistro e il decesso, a prescindere dall’aspetto temporale intercorrente tra l’evento e il decesso.

Oggi, viene ritenuto sussistente il danno biologico terminale, ha ribadito il Collegio, per sopravvivenze superiori alle 24 ore (soglia minima, per convenzione medico-legale, per apprezzare l’invalidità temporanea), senza alcun riferimento allo stato di coscienza, o meno, in tale lasso di tempo.

Invece, il danno non patrimoniale consistito nella formido mortis, da accertarsi caso per caso, sussiste nel solo caso in cui la vittima abbia avuto la consapevolezza della propria fine imminente (in tal senso Cassazione n. 18056 del 5/07/2019).

In conclusione, la Corte di Cassazione accoglie sul punto il ricorso e rinvia alla Corte d’Appello in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

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