Il danno morale differenziale, come definizione, non esiste in diritto e in medicina legale, ma intanto viene applicato e risarcito. Ma di cosa si tratta?

La definizione di danno morale differenziale è venuta fuori in una videoconferenza tecnica con il collega Giovanni Liguori, medico legale campano, il quale l’ha chiamata così dopo che il sottoscritto gli poneva le personali riflessioni sull’argomento che di seguito vi rappresento.

Si tratta del risarcimento del danno morale ai congiunti di un soggetto deceduto per fatto illecito in quanto causa di “lesione del tessuto familiare”.

Perché danno morale “differenziale”?

Partiamo da lontano. Quando succede che un soggetto decede per un fatto accertato di malpractice medica, agli eredi-congiunti si risarcisce un danno iure proprio (danno morale) per lesione del tessuto familiare.

Si discute del danno morale differenziale quando si accerti che il soggetto deceduto sarebbe sopravvissuto solamente uno o più anni (pochi comunque).

L’attento lettore, medico legale o giurista, sa bene che il giudice, a fronte di questi eventi, valuta equitativamente il danno proporzionandolo agli anni di sopravvivenza.

Questo è l’inaccettabile “danno morale differenziale”, ossia quel danno che varia a seconda del tempo previsto di sopravvivenza.

Logico o non logico così è oggi!

Ma vediamo perchè il sottoscritto (e non solo) lo ritiene inaccettabile.

La valutazione di questo danno è legata a tre fattori: illecito, decesso e periodo di sopravvivenza atteso dalla valutazione delle concause naturali.

Nella vita reale il decesso di un congiunto per fenomeni naturali favorisce, nella maggior parte dei casi, l’elaborazione del lutto (quindi un periodo di sofferenza limitato), mentre in pochi casi potrebbe essere la fine di un calvario legato ad una assistenza continua e faticosa.

Se un decesso è invece legato a un fatto illecito e soprattutto se violento ed inatteso, non solo sarà più difficilmente metabolizzato dalle vittime secondarie, ma lascerà in vita un grave risentimento di rabbia che, in sintesi, rappresenta una continua sofferenza.

Secondo voi, in quest’ultimo caso, la sofferenza sarebbe diversa se il deceduto fosse comunque vissuto pochi anni di più?

I quesiti che pongo ai lettori giuristi e medico legali sono i seguenti:

  • può applicarsi una riduzione del risarcimento per due soggetti con differente prospettiva di sopravvivenza?
  • come si può immaginare e quantificare una sofferenza differenziale tra chi avrebbe goduto della presenza di una persona amata per pochi anni (anche uno solo) rispetto a chi ne avrebbe goduto per 10 o più?
  • è’ veramente possibile applicare una danno morale differenziale su qualcosa di non valutabile (la sofferenza interiore) in quanto soggettiva?
  • se si uccidesse un giovane di 50 anni si subirebbe una condanna maggiore (più anni di galera) rispetto all’uccisione di un uomo di 70?

Lo sapete che ne pensa il sottoscritto?

La perdita di una maggiore sopravvivenza di 1 o più anni equivale al mancato raggiungimento di un’obiettivo, per cui va risarcito secondo le Tabelle di Milano o di Roma con la dovuta personalizzazione secondo i parametri delle suddette tabelle.

Questo argomento sarà una delle “riflessioni” delle 12 tavole rotonde medico legali che inizieranno il prossimo aprile e alle quali vi consiglio di iscrivervi.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)


SCARICA QUI IL PROGRAMMA DELLE 12 TAVOLE ROTONDE

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