Per il CTU il decesso per embolia del lavoratore non era riconducibile ai postumi del precedente infortunio sul lavoro

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 39755/2021, si è pronunciata sul ricorso della vedova di un uomo che si era vista rigettare, in sede di merito, la domanda proposta nei confronti dell’INAIL e volta a conseguire la rendita ai superstiti e l’assegno funerario per il coniuge. La Corte distrettuale aveva rilevato, in particolare, che emergeva chiaramente dalla perizia effettuata dal consulente tecnico d’ufficio nel corso del procedimento di primo grado che il decesso per embolia del lavoratore, che aveva subito precedentemente un infortunio sul lavoro (con esito di fratture pluriframmentarie all’arto inferiore destro, accorciamento dell’arto, limitazione funzionale del piede sinistro, ipertrofia e ricurvamento di altro grado cui era conseguito un grado di invalidità del 65%), non era ricollegabile ai postumi dell’infortunio posto che, non essendoci una certezza autoptica della causa di morte (indicata nel certificato di morte dal medico curante), l’embolia avrebbe dovuto interessare il distretto polmonare e determinare un’embolia polmonare più che un infarto al miocardio e, inoltre, l’arteriopatia cronica negli arti inferiori è un’affezione di tipo degenerativo non riconducibile alle fratture agli arti inferiori (essendo determinata da altre cause).

Nel rivolgersi ai Giudici del Palazzaccio, la ricorrente deduceva che:

  • la Corte territoriale avrebbe trascurato le critiche puntuali e dettagliate alla perizia effettuata in primo grado nonché le richieste di approfondimento scientifico posto che l’arresto cardiorespiratorio che aveva causato il decesso del lavoratore era stato secondario ad un episodio di tromboembolia polmonare prodotto da un trombo originatosi nei vasi venosi degli arti inferiori, sede di una importante alterazione post-traumatica; le osservazioni cliniche avanzate dalla parte avverso la perizia del CTU esperita in primo grado dimostravano una evidente impreparazione medica prima ancora che medico-legale del CTU, dovendosi comunque riconoscere equivalenza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito alla produzione dell’evento quali la cronicizzazione degli eventi trombo-flebitici con precedente sfacelo traumatico delle vene profonde tibiali e la permanente somministrazione di eparinoidi ed antiinfiammatori (concause di emboli all’origine dell’exitus finale);
  • il CTU avrebbe trascurato che l’arteriopatia cronica concentrata negli arti inferiori (nei terminali venosi profondi) forniva la prova che tale processo fosse intervenuto in conseguenza del grave trauma patito in precedenza; diversamente si sarebbe parlato di arteriopatia generalizzata e diffusa, e le possibili altre cause erano inesistenti non essendo, l’infortunato, affetto da altre patologie.

La Cassazione, tuttavia, ha ritenuto le doglianze inammissibili.

In materia di prestazioni previdenziali derivanti da patologie relative allo stato di salute dell’assicurato, infatti, il difetto di motivazione, denunciabile in cassazione, della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio “è ravvisabile in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, oppure nella omissione degli accertamenti strumentali dai quali secondo le predette nozioni non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura anzidetta costituisce mero dissenso diagnostico non attinente a vizi del processo logico formale traducendosi, quindi, in un’inammissibile critica del convincimento del giudice”.

Nella specie, la ricorrente si era limitata ad invocare una diversa valutazione scientifica delle prove raccolte senza evidenziare lacune negli accertamenti svolti o eventuali affermazioni illogiche o scientificamente errate aventi carattere decisivo e, dunque, idonee a far pervenire ad una diversa decisione. Inoltre, nonostante il formale richiamo alla violazione di norme di legge, tutte le censure si risolvevano nella denuncia di vizi di motivazione della sentenza impugnata per errata valutazione del materiale probatorio acquisito, ai fini della ricostruzione dei fatti, censure a monte non consentite dall’art. 348-ter, commi 4 e 5, cod. proc. civ., essendosi in presenza di doppia pronuncia conforme di merito basata sulle medesime ragioni di fatto circa l’assenza di nocività della lavorazione svolta.

Al riguardo, gli Ermellini hanno altresì ricordato che la deduzione con il ricorso per cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata non conferisce al Giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito della vicenda processuale, bensì la sola facoltà di controllo della correttezza giuridica e della coerenza logica delle argomentazioni svolte dal Giudice del merito, non essendo consentito alla Corte di cassazione di procedere ad una autonoma valutazione delle risultanze probatorie, sicché le censure concernenti il vizio di motivazione non possono risolversi nel sollecitare una lettura delle risultanze processuali diversa da quella accolta dal Giudice del merito; come rilevato la ricorrente si era limitata a riprodurre censure ex art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ.

La redazione giuridica

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