Secondo la Federazione dei medici, il Decreto sicurezza, tra l’altro, vede un improprio coinvolgimento della figura del medico

Garantire “in ogni caso le prestazioni sanitarie a soggetti vulnerabili e persone bisognose di protezione” e mantenere, come sancito dalla sentenza n. 252/2001 della Consulta, “la sussistenza di un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana”. A tal fine la Federazione dei medici chiede la modifica della legge n. 132/2018, il cosiddetto Decreto sicurezza. Lo fa con una lettera, a firma del presidente Filippi Anelli, indirizzata al Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e al Ministro della Salute Roberto Speranza.

“La FNOMCeO ritiene – scrive infatti Anelli – che ogni legge che limita, direttamente o indirettamente, il diritto e l’accesso alla salute nella sua globalità sia un grave atto contro quanto previsto dalla nostra Costituzione”. Inoltre sarebbe “contraria al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sottoscritta dall’Italia nel settembre 2015”.

La progressiva applicazione del Decreto sicurezza,  secondo il Presidente, rischia di “comportare difficoltà e ostacoli di natura amministrativo-burocratica rispetto ai necessari interventi di natura clinico-assistenziale”.

In particolare, la Federazione contesta uno specifico aspetto della normativa, “che vede, a suo avviso, un improprio coinvolgimento della figura del medico”. Il riferimento è alla disposizione che assegna al medico, dipendente da una struttura sanitaria pubblica o convenzionato con il SSN, il compito di accertare – ai fini di un eventuale rilascio da parte del Questore di un permesso di soggiorno per cure mediche – se, in caso di rientro al Paese di origine o di provenienza, il paziente straniero in condizioni di salute di particolare gravità possa subire un rilevante pregiudizio.

Al medico, nello specifico, viene chiesto di valutare e accertare proprio la “particolare gravità” delle condizioni del paziente, così come di verificare e accertare, “mediante idonea documentazione”, che quella persona non abbia, nel proprio paese di origine o provenienza, la possibilità di essere curata adeguatamente.

Nell’affidare al Medico questo ruolo, la legge – osserva Anelli – “non chiarisce né di quali mezzi potrebbe disporre per l’accertamento di dette situazioni né a quali responsabilità andrebbe incontro nell’espletamento di tale compito, che di fatto costituirebbe la constatazione dell’impossibilità di cura efficace del paziente straniero in caso di rientro al Paese di origine o di provenienza”.

La FNOMCeO, quondi, esprime forte preoccupazione che, a fronte di tali compiti, il medico si trovi effettivamente nella situazione di dover decidere – senza poter disporre di informazioni, strumenti e criteri oggettivi – su un eventuale rimpatrio forzato per provvedimento di espulsione. In tal modo rischierebbe di compromettere la prognosi e la qualità di vita di una persona, senza trascurare il verificarsi di situazioni e responsabilità di notevole impatto da un punto di vista deontologico.

“Il patrimonio di diritti universali costruito dall’Italia attraverso il suo SSN, che ha portato a promuovere e tutelare la salute di tutti, senza alcuna distinzione – conclude Anelli – deve essere custodito orgogliosamente e messo al riparo da misure che ne possano compromettere lo spirito ed i risultati di Salute pubblica”. Da qui la richiesta di modificare la normativa vigente.

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