Per il CTU il deficit intellettivo effettivamente incidente sull’attività lavorativa era preesistente all’inizio della stessa da parte del richiedente la prestazione prevista dalla legge n. 222/1984

Con l’ordinanza n. 4611/2021 la Cassazione ha respinto il ricorso di un cittadino contro la decisione dei Giudici del merito di negargli l’assegno di invalidità ordinario di cui alla legge n. 222 del 1984. La Corte territoriale, in particolare, sulla base degli esiti della consulenza medico legale aveva rilevato come “la patologia effettivamente incidente sulla attività lavorativa, cioè l’insufficienza mentale di grado medio/grave”, fosse preesistente all’inizio dell’attività lavorativa svolta dal richiedente. Tale “deficit intellettivo” era “riconducibile verosimilmente a cerebropatia perinatale”, per la quale non risultava dimostrato alcun aggravamento successivo all’ingresso in assicurazione, né l’insorgenza di nuove e concorrenti infermità incidenti sulla stessa funzione che potessero far raggiungere il grado di infermità valutabile ai sensi della legge 222/84 e sufficiente per il riconoscimento dell’assegno ordinario.

Il Giudice di secondo grado, inoltre, aveva considerato non rilevante la pronuncia della sentenza definitiva di Corte d’appello che aveva riconosciuto il diritto del ricorrente alla pensione di inabilità e all’indennità di accompagnamento, in ragione dei diversi presupposti su cui si fondava la prestazione oggetto di causa.

La Cassazione ha ritenuto di confermare la decisione del Collegio territoriale ritenendo non meritevoli di accoglimento le doglianze proposte e in base alle quali il c.t.u. nominato in appello avrebbe “omesso di eseguire un esame comparativo” fra lo stato clinico del paziente presente prima del suo inserimento nel mondo del lavoro e quello successivo, “limitando la propria indagine ad un mero esame clinico del periziando e ad un vaglio della documentazione in atti”.

Respinta anche la contestazione relativa alla scelta del consulente, medico chirurgo specialista in Tisiologia e malattie dell’apparato respiratorio e non specializzato in malattie mentali, il quale non avrebbe somministrato al periziando alcun test di intelligenza.

La Suprema Corte ha ribadito come la scelta del consulente tecnico sia rimessa al potere discrezionale del giudice, salva la facoltà delle parti di far valere, mediante istanza di ricusazione ai sensi degli artt. 63 e 51 cod. proc. civ., gli eventuali dubbi circa la obiettività e l’imparzialità del consulente stesso, dubbi che, ove l’istanza di ricusazione non sia stata proposta, non sono più deducibili mediante il ricorso per cassazione.

Dal Palazzaccio hanno inoltre chiarito che le norme relative alla scelta del consulente tecnico d’ufficio hanno natura e finalità esclusivamente direttive, essendo la scelta riservata, anche per quanto riguarda la categoria professionale di appartenenza del consulente e la competenza del medesimo a svolgere le indagini richieste, all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, come tale non censurabile in sede di legittimità.

La redazione giuridica

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Danno differenziale, l’indennizzo Inail non copre l’inabilità temporanea

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui