Degente affetto da morbo di Parkinson si allontana dalla struttura e scompare rendendosi irreperibile (Cassazione Civile sez. III, 07/04/2022, n.11320).

Degente affetto da morbo di Parkinson nel 2016 era ricoverato presso la Struttura sanitaria milanese, per intraprendere un percorso di riabilitazione motoria; che dopo tre giorni dal ricovero, era improvvisamente scomparso, senza comunicare ad alcuno il suo allontanamento dalla struttura e senza più dare notizie di sé.

Le ricerche si protraevano per anni, senza esito alcuno e la moglie del paziente imputa la scomparsa del coniuge all’inadempimento degli obblighi contrattuali assunti dalla struttura sanitaria (ed in particolare dell’obbligo di vigilanza e protezione del paziente ivi ricoverato), e reclama conseguenze dannose patrimoniali e non patrimoniali, quantificate in complessivi Euro 908.118,00.

Il Tribunale di Milano rigetta la domanda e, successivamente, la Corte d’Appello -con diversa valutazione- conferma il rigetto.

La Corte di Appello evidenzia che l’invocata responsabilità della struttura sanitaria doveva essere correttamente qualificata, non come responsabilità contrattuale, ma come responsabilità extracontrattuale, essendo la donna estranea al contratto di spedalità stipulato dal marito e non avendo essa azionato una pretesa risarcitoria acquisita iure hereditario ma una pretesa risarcitoria asseritamente vantata iure proprio.

In tale ottica, l’attrice non aveva assolto l’onere di provare gli elementi costitutivi dell’illecito ascritto alla struttura sanitaria danneggiante, vale a dire, da un lato, l’omissione colposa del dovere di vigilanza sul marito (configurabile solo in presenza di una condizione di menomazione psichica del paziente tale da imporre un simile obbligo, nella specie insussistente) e, dall’altro lato, il danno che dalla predetta omissione le sarebbe consequenzialmente derivato.

Dalle emergenze istruttorie emerge che il degente affetto da morbo di Parkinson scomparso era persona lucida, orientata nel tempo e nello spazio ed autosufficiente, e che il Morbo di Parkinson gli aveva bensì provocato difficoltà nella deambulazione e, in generale, nel movimento, ma non anche compromissione della capacità cognitiva.

Inoltre, sempre secondo i Giudici di appello, la non configurabilità,  di una condotta colposa omissiva, lesiva di un dovere cautelare di vigilanza e protezione del paziente, aveva trovato conferma sia nella stessa conformazione strutturale del nosocomio (che offriva prestazioni di riabilitazione motoria in un ambiente aperto, dotato di parco e con affaccio sulla spiaggia, alla quale i degenti potevano liberamente accedere), sia nell’atteggiamento tenuto dallo stesso degente affetto da morbo di Parkinson (il quale, persona mentalmente sana e perfettamente capace di intendere e di volere, poco prima del suo spontaneo allontanamento era stato notato sulla spiaggia, mentre conversava confidenzialmente con due donne, in un contesto di perfetta serenità, che non avrebbe giustificato alcun provvedimento limitativo della sua libertà di movimento).

La donna censura la decisione d’appello e ricorre in Cassazione.

La ricorrente deduce, tra gli altri motivi, che la circostanza che il degente affetto da morbo di Parkinson non risentisse di una riduzione della propria capacità intellettiva, non escludeva la sussistenza di uno specifico obbligo di protezione e vigilanza in capo alla struttura, atteso che la diligenza da questa esigibile, quale criterio legale di determinazione della prestazione debitoria, ex art. 1176 c.c., comma 2, si sarebbe specificata anche nel dovere di adeguata sorveglianza del degente.

Le doglianze sono ritenute infondate.

Il rapporto contrattuale che si instaura tra il paziente e la Struttura sanitaria ha efficacia “ultra partes” allorché costituisce fonte di obbligazioni aventi ad oggetto prestazioni sanitarie afferenti alla procreazione.

Al di fuori di queste specifiche ipotesi, poiché l’esecuzione della prestazione che forma oggetto della obbligazione sanitaria non incide direttamente sulla posizione dei terzi, torna applicabile anche al contratto atipico di spedalità, o di assistenza sanitaria, la regola generale secondo cui esso ha efficacia limitata alle parti (art. 1372 c.c., comma 2); pertanto, per un verso non è predicabile un “effetto protettivo” del contratto nei confronti di terzi, per altro verso non è identificabile una categoria di terzi (quand’anche legati da vincoli rilevanti, di parentela o di coniugio, con il paziente) quali “terzi protetti dal contratto”.

Il predetto inadempimento, tuttavia, potrà rilevare nei loro confronti esclusivamente come illecito aquiliano ed essi saranno dunque legittimati ad esperire, non già l’azione di responsabilità contrattuale (spettante unicamente al paziente che ha stipulato il contratto), ma quella di responsabilità extracontrattuale, soggiacendo alla relativa disciplina, anche in tema di onere della prova.

La legittimazione all’azione di responsabilità contrattuale residua per i prossimi congiunti nel caso in cui facciano valere pretese risarcitorie iure hereditario, già consolidatesi nella sfera del loro dante causa quali crediti derivanti dall’inadempimento contrattuale e da questi trasmesse mortis causa ai suoi eredi.

A tale orientamento la Suprema Corte dà continuità, aggiungendo ulteriori rilievi.

La prestazione sanitaria deve corrispondere all’interesse specifico del creditore (art. 1174 c.c.) e non a quello di terzi, salvo che questi ultimi non siano portatori di un interesse assolutamente sovrapponibile a quello del primo; la circostanza che il contenuto della prestazione sia soggetto a criteri legali di determinazione, costituiti in primo luogo dalla buona fede  e dalla diligenza, non vale a configurare obbligazioni ulteriori aventi ad oggetto prestazioni di salvaguardia dei terzi, ma solo a conformare l’oggetto dell’obbligazione in funzione della realizzazione dell’interesse concreto dedotto nel contratto.

Sussiste, in altre parole, una corrispondenza biunivoca tra l’interesse creditorio e la causa del contratto, intesa quale causa concreta: l’interesse creditorio, per un verso, concorre ad integrare la causa concreta del contratto; per altro verso, è da quest’ultima determinato, quando l’obbligazione ha titolo nel contratto medesimo.

La Corte Suprema rigetta il ricorso, confermando quindi che non vi è nessuna responsabilità della struttura per l’allontanamento del degente affetto da morbo di Parkinson.

Avv. Emanuela Foligno

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