Respinto il ricorso di un’azienda contro la condanna al risarcimento di una dipendente per il danno conseguente al demansionamento professionale subito

Il divieto di variazioni in pejus (demansionamento) opera anche quando al lavoratore, nella formale equivalenza delle precedenti e delle nuove mansioni, siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori, sicché nell’indagine circa tale equivalenza non é sufficiente il riferimento in astratto al livello di categoria, ma è necessario accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente in modo tale da salvaguardarne il livello professionale acquisto e da garantire lo svolgimento e l’accrescimento delle sue capacità professionali, con le conseguenti possibilità di miglioramento professionale, in una prospettiva dinamica di valorizzazione delle capacità di arricchimento del proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze.

Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 16594/2020 pronunciandosi sul ricorso di un’azienda contro l’accoglimento in sede di merito della domanda proposta da una dipendente volta a conseguire pronuncia di accertamento della intervenuta dequalificazione professionale subita per illegittimo esercizio dello jus variandi, e di condanna della parte datoriale al risarcimento del danno conseguenziale.

La donna risultava inquadrata nell’Area Funzionale Operativa livello C c.c.n.l. di settore, che postulava il possesso di conoscenze specifiche qualificate e comportava lo svolgimento di attività di carattere amministrativo, di coordinamento o di incarichi di responsabilità, ed il compimento di operazioni complesse in piena autonomia e con potere di iniziativa nell’ambito di procedure predefinite e disposizioni dei superiori gerarchici.

Nel periodo considerato, come desumibile dai dati probatori acquisiti in giudizio, era stata, invece, assegnata a posizione comportante l’esercizio di mansioni manuali, di mero riordino e sistemazione di materiale secondo procedure standardizzate, oltre che di supporto al personale di sportello, con evidente violazione delle prescrizioni di cui all’art. 2103 c.c..

Nel ricorrere per cassazione l’azienda lamentava la statuizione con la quale la Corte distrettuale era pervenuta all’accertamento del denunciato demansionamento, ritenendo irrilevante la clausola di fungibilità introdotta all’interno delle nuove aree di classificazione introdotte a seguito della privatizzazione. Deduceva che in vista del nuovo sistema introdotto dal c.c.n.l. 2003, erano state prese in considerazione le mansioni effettivamente svolte alla fine dell’anno 2003 con individuazione del livello ci erano riconducibili; quindi, a causa della necessità di rimodulare le posizioni di staff e potenziare i servizi al pubblico era stata disposta l’applicazione della lavoratrice presso altro ufficioc, con assegnazione di mansioni equivalenti a quelle in precedenza espletate.

La Cassazione ha ritenuto infondate le doglianze della datrice, precisando che “il nuovo contratto collettivo può anche prevedere il reinquadramento in una nuova unica qualifica di lavoratori in precedenza inquadrati in qualifiche distinte, con la conseguente parificazione limitatamente a quella disciplina contrattuale (normativa ed economica) riferita alla nuova qualifica”. Tuttavia, “ciò non implica necessariamente anche che insorga un rapporto di equivalenza tra tutte le mansioni rientranti nella qualifica”.

La garanzia prevista dall’art.2103 cod. civ. opera infatti anche tra mansioni appartenenti alla medesima qualifica prevista dalla contrattazione collettiva, precludendo l’indiscriminata fungibilità di mansioni per il solo fatto dell’accorpamento convenzionale; conseguentemente, il lavoratore addetto a determinate mansioni – che il datore di lavoro è tenuto a comunicargli ex art. 96 disp.att. cod.civ. nell’esercizio del suo potere conformativo delle iniziali mansioni alla qualifica -, non può essere assegnato a mansioni nuove e diverse che compromettano la professionalità raggiunta, ancorché rientranti nella medesima qualifica contrattuale, dovendo, per contro, procedere ad una ponderata valutazione della professionalità del lavoratore al fine di salvaguardare, in concreto, il livello professionale acquisito e di fornire un’effettiva garanzia dell’accrescimento delle capacità professionali del dipendente.

Nello scrutinio attinente al corretto esercizio dello jus variandi da parte del datore di lavoro è, dunque, necessario accertare che le nuove mansioni conferite siano aderenti alla specifica competenza tecnico professionale del dipendente e siano tali da salvaguardarne il livello professionale acquisito, in una prospettiva dinamica di valorizzazione della capacità di arricchimento del bagaglio di conoscenze ed esperienze, ed in coerenza coi dettami di cui all’art.2103 c.c. il cui baricentro è dato proprio dalla protezione della professionalità acquisita dal prestatore di lavoro.

La redazione giuridica

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Demansionamento, si al ristoro ma non per il danno alla professionalità

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui