Il danno riflesso consiste in quel nocumento che viene arrecato a un terzo, ritenuto la vittima secondaria del fatto illecito rispetto al soggetto danneggiato, ma pur sempre destinatario delle conseguenze pregiudizievoli subite da quest’ultimo per effetto della condotta illecita altrui

In altri termini il danno subito da un soggetto, in determinate ipotesi, si riflette sui componenti della sua famiglia, i quali a loro volta, possono pretendere il dovuto ristoro.Stiamo dunque discutendo di circostanze che vanno a ledere i rapporti parentali e le convivenze. Il danno riflesso, come detto, si produce nella sfera giuridica delle cosiddette vittime secondarie o “di rimbalzo”, le quali acquisiscono il diritto al risarcimento del relativo pregiudizio iure proprio.

Ciò sia con riferimento ai danni non patrimoniali (biologico, morale, esistenziale), sia a quelli patrimoniali, derivati dal venir meno dell’apporto dell’attività lavorativa del soggetto leso.

La questione è ancorata alla plurioffensività dell’illecito civile, che permette la risarcibilità del danno non solo tra autore e vittima, ma anche nei confronti di terzi soggetti che subiscono la violazione di un interesse costituzionale, come ad esempio quello alla integrità delle relazioni familiari, quello alla conservazione di un legame di solidarietà che si fonda non solo sul matrimonio, ma anche sulla convivenza.

Non a caso, infatti, viene ristorato il danno da perdita parentale, con intensità differente ancorata alla convivenza, ai familiari della vittima che a seguito dell’evento illecito, subiscono una compromissione dei propri diritti in termini di peggioramento della qualità della vita e di sofferenza morale (Cass. S.U. 9556/2002; Cass. 20667/2010; Cass. 13179/2011; Cass. 22909/201; Cass. 758/2016).

E’ stato ampiamente chiarito che la mera titolarità di un rapporto familiare non determina automaticamente il diritto al risarcimento dei danni, essendo necessario, di volta in volta, verificare in che cosa il legame affettivo sia consistito ed in che misura la lesione, subita dalla vittima primaria, abbia inciso sulla relazione fino a comprometterne lo svolgimento (Cass. S.U. 9556/2002).

Il “requisito” minimo della convivenza con la vittima principale ha impegnato non poco giurisprudenza e dottrina negli ultimi anni.

Su punto vi sono due opposti orientamenti.

Quello più restrittivo (Cass. n. 4253/2012,  n. 6938/1993), che ritiene leso il rapporto parentale  solo in presenza di convivenza  “quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intensità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà  e di sostegno economico. Solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno”.

Quello più elastico (SS.UU. n. 9556/2002, n. 1203/2007, n. 12146/2016) considera la convivenza come “un elemento estrinseco, transitorio e del tutto casuale”, poco significativo per connotare veramente una lesione del rapporto parentale,  potendo fondarsi  non tanto su vincoli affettivi quanto piuttosto essere determinata da motivi di convenienza e di opportunità mentre, viceversa, possono sussistere rapporti che, indipendentemente dalla coabitazione, sono caratterizzati da vincoli affettivi particolarmente intensi e  di vera vicinanza psicologica.

La convivenza, allora, va valutata come elemento probatorio unitamente ad altri elementi, volto a dimostrare la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro i parenti.  

In altri termini, la valutazione che deve compiere il Tribunale per accertare il danno da lesione del rapporto parentale, non si ferma alla sussistenza, o meno, della convivenza, ma riguarda il concreto atteggiarsi del rapporto affettivo che lega i due soggetti, tale da aver determinato nella vittima riflessa un effettivo pregiudizio non patrimoniale.

Il lavorìo della giurisprudenza ha condotto a riconoscere il danno riflesso non solo nei casi di perdita (a causa di morte) del rapporto parentale, ma anche nei casi di importanti menomazioni dei congiunti che si ripercuotono su altri soggetti. Ad esempio, il caso “tipico” è quello di perdita della capacità sessuale che, di riflesso, investe l’altro componente della coppia.

Il danno riflesso abbraccia ogni ipotesi di evento illecito, sia questo riconducibile ad un incidente stradale o a errore medico, quando il fatto illecito abbia comportato gravi lesioni per la vittima e, recentemente, anche in tema di infortunio o morte direttamente riconducibili ad uno stress psico-fisico nell’ambito del rapporto di lavoro.

Significativa, in conclusione, una pronunzia della Suprema Corte  (Sez. Lav.,n. 9945/2015) inerente la morte di un lavoratore a seguito di un infarto del miocardio, riconducibile ad una responsabilità del datore di lavoro, da cui seguiva il riconoscimento del danno riflesso a favore della moglie e della figlia.

Avv. Emanuela Foligno

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