In tema di responsabilità per omessa/inesatta diagnosi, dà luogo a danno risarcibile l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della “chance” di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto

L’accusa di omessa/inesatta diagnosi

I familiari di una donna deceduta a causa di una grave patologia (microcitoma) avevano citato in giudizio l’ASL chiedendo che fosse accertata la responsabilità degli operatori sanitari, per aver agito con negligenza, imperizia ed imprudenza: infatti, nonostante la radiografa al torace non diagnosticarono alla paziente la patologia che la portò al decesso. A loro detta l’intempestività della diagnosi era stata causa efficiente della morte della loro congiunta, la quale, in caso di diagnosi tempestiva, ben avrebbe avuto possibilità di guarigione e/o di sopravvivenza per almeno ulteriori 5 anni.

Chiedevano pertanto, il risarcimento di tutti i danni di natura patrimoniale e non patrimoniale, subiti e subendi […] e nella specie: il danno da perdita del rapporto parentale, il danno morale e il danno da danno da perdita della chance di sopravvivenza.

Quanto ai danni lamentati iure proprio, la consolidata giurisprudenza di legittimità ha affermato che “il diritto che i congiunti vantano, autonomamente sebbene in via riflessa, ad essere risarciti dalla medesima struttura dei danni direttamente subiti a causa dell’esito infausto dell’operazione cui è stato sottoposto il danneggiato principale si colloca nell’ambito della responsabilità extracontrattuale” (Cassazione civile, sez. III, 20/03/2015, n. 5590 ; vedi anche Cassazione civile, sez. III, 08/05/2012, n. 6914 ).

La responsabilità della struttura sanitaria

Con riguardo, invece, ai danni iure hereditatis, la Corte di Cassazione ha costantemente inquadrato la responsabilità dell’ente ospedaliero nell’alveo della responsabilità contrattuale, sul rilievo che l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (Cass. n. 5939/1993; Cass. n. 4152/1995; Cass. n. 7336/1998; Cass. n. 589/1999; Cass. n. 3492/2002; Cass. n. 11316/2003; Cass. n. 10297/2004e da ultimo Cass. n.9085/2006). Si è, in particolare, affermato che “il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura privata (o ente ospedaliero) ha fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal Servizio Sanitario Nazionale o da altro Ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell’Ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale, e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, ai sensi dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto ” (Cass., n. 13066/2004; e negli stessi termini Cass. n. 2042/2005).

La responsabilità per omessa/inesatta diagnosi

Tanto chiarito, il Tribunale di Rieti (sentenza n. 82/2020) ha osservato come – in tema di responsabilità per omessa/inesatta diagnosi – dà luogo a danno risarcibile l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della “chance” di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto.

“In tale eventualità, le possibilità di sopravvivenza, misurate in astratto secondo criteri percentuali, rilevano ai fini della liquidazione equitativa del danno, che dovrà altresì tenere conto dello scarto temporale tra la durata della sopravvivenza effettiva e quella della sopravvivenza possibile in caso di intervento chirurgico corretto”.

Sul punto la Corte di Cassazione (sez. III, 27/03/2014, n. 7195) ha osservato che: “quando si discorre in termini di perdita di chance, vale a dire di perdita della possibilità di ottenere un risultato utile, occorre dare per scontato che “non è possibile affermare che l’evento si sarebbe o meno verificato, ma si può dire che il paziente ha perso, per effetto di detto inadempimento, delle chance, che statisticamente aveva, anche tenuto conto della particolare situazione concreta” (Cass. n. 4400/04).

La perdita di chance

Pertanto, una volta individuata una chance, per definizione consistente in mera possibilità (la cui esistenza sia però provata, sia pure in base a dati scientifici o statistici, come nel caso di specie), va indagato il nesso causale della perdita di tale possibilità con la condotta riferita al responsabile, prescindendo dalla maggiore o minore idoneità della chance a realizzare il risultato sperato (Cass. n. 23846/08), ma reputandola di per sé come “bene”, cioè un diritto attuale autonomo e diverso dagli altri, ivi compreso il diritto alla salute (Cass. n. 21619/07).

In questa fase, il ragionamento va di certo condotto in termini probabilistici, ma esclusivamente nell’indagare il rapporto tra la situazione fattuale e la perdita della possibilità del risultato utile, vale a dire nel compiere quella che è l’attività di “accertamento” del nesso di causalità materiale così come connotata in ambito civile, con applicazione della detta regola c.d. del “più probabile che non” (Cass. n. 21255/13, secondo cui “come per la causalità ordinaria, anche per la causalità da chance perduta (da intendere come possibilità di un risultato diverso e migliore, e non come mancato raggiungimento di un risultato solo possibile), l’accertamento del nesso di causalità materiale implica sempre l’applicazione della regola causale di funzione, cioè probatoria, del più probabile che non, sicché, in questo caso, la ricorrenza del nesso causale può affermarsi allorché il giudice accerti che quella diversa – e migliore – possibilità si sarebbe verificata più probabilmente che non”).

Pertanto, in casi quale quello in esame – ha affermato il Tribunale – “intanto sussiste il nesso causale in quanto l’errore medico abbia comportato “più probabilmente che non” la perdita della possibilità di una vita più lunga da parte del paziente, statisticamente accertata, in caso di intervento chirurgico corretto ovvero di corretta e tempestiva diagnosi, sulla base di indagini epidemiologiche”.

Perdita di chance e risarcimento del danno

Soltanto in questa fase successiva ed ulteriore, che è quella della quantificazione del risarcimento, torna rilevante l’idoneità della chance a produrre il risultato utile, nel senso che l’entità del risarcimento andrà commisurata al danno quantificato in ragione della maggiore o minore possibilità di ottenere quel risultato, misurata eventualmente in termini percentuali.

Ebbene, nel caso in esame, grazie anche alla C.t.u. medico legale era stato accertato l’errore medico: “sarebbe stato necessario provvedere ad integrazione con esame TC con M.d.C.. Una eventuale risposta positiva alla TC torace avrebbe dato il via ad ulteriori esami strumentali, con possibilità di fare la diagnosi di microcitoma. Ciò avrebbe permesso di iniziare la terapia circa tre mesi prima di quanto concretamente avvenne nella vicenda in esame”.

Quanto al risarcimento del danno morale qualificato dagli attori quale sconvolgimento delle proprie abitudini di vita durante il decorso clinico della paziente, condivisione della sofferenza patita nelle esecuzione dei vari protocolli medici, il giudice laziale ha osservato “che tale dolore – pur indubbiamente patito – non potesse essere ricondotto alla struttura sanitaria convenuta, alla quale erano addebitabili le sole conseguenze dannose discendenti dalla ritardata diagnosi)”.

Il danno da perdita del rapporto parentale

Con riferimento, invece, al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, la giurisprudenza della Suprema Corte ha più volte affermato che tale voce di danno, riconoscibile iure proprio in capo ai congiunti di paziente vittima di malpractice sanitaria ,”è configurabile in caso non solo di perdita (per morte del congiunto) ma anche di mera lesione del rapporto parentale derivante da lesioni invalidanti del prossimo congiunto tali da incidere di riflesso sui diversi interessi predetti” (Cass. n. 3723/2019) ovvero nel caso di diminuzione della chance di sopravvivenza (Tribunale di Treviso Sez. I, Sent. 21-01-2016).

Nel caso in esame, la ritardata diagnosi aveva comportato (sempre sulla base del ragionamento in chiave probabilistica del “più probabile che non”) la perdita del rapporto con il congiunto per un periodo di ulteriori circa 4/6 mesi – periodo che in ogni caso sarebbe stato caratterizzato, tanto per la de cuius quanto per i prossimi congiunti, dalle estreme sofferenze dalla stessa patite, sia sotto il profilo fisico (tra le altre, crisi epilettiche, insonnia e forti dolori) sia sotto il profilo psicologico. Tali peculiarità ha indotto il Tribunale a riconoscere l’avvenuta lesione del rapporto parentale per effetto della ritardata diagnosi; pervenendo ad una liquidazione in chiave equitativa ex art. 1226 c.c. – tenendo conto, da un lato, della durata e della qualità del mancato ulteriore rapporto parentale; dall’altro, delle condizione specifiche del singolo rapporto tra la de cuius ed i relativi congiunti.

Stesso discorso è stato fatto per il danno da perdita di chance di sopravvivenza.

In una recentissima pronuncia la Cassazione ha chiarito che laddove le conclusioni della CTU risultino espresse in termini di insanabile incertezza rispetto all’eventualità di maggior durata della vita e di minori sofferenze, ritenute soltanto possibili alla luce delle conoscenze scientifiche e delle metodologie di cura del tempo, “tale possibilità – i.e. tale incertezza eventistica (la sola che consenta di discorrere legittimamente di chance perduta) – sarà risarcibile equitativamente, alla luce di tutte le circostanze del caso, come possibilità perduta – se provato il nesso causale, secondo gli ordinari criteri civilistici tra la condotta e l’evento incerto (la possibilità perduta) – ove risultino comprovate conseguenze pregiudizievoli (ripercussioni sulla sfera non patrimoniale del paziente) che presentino la necessaria dimensione di apprezzabilità, serietà, consistenza” (Cass. Sentenza 11 novembre 2019, n. 28993).

Orbene, nella vicenda in esame era stato provato il rapporto di causalità tra ritardata diagnosi e perdita della possibilità di sopravvivenza della paziente per il lasso di tempo ulteriore. L’assenza di specifici parametri e tabelle ha imposto il ricorso ad una valutazione equitativa del danno.

La redazione giuridica

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