Anche nell’ipotesi limite in cui vi sia prova della colpa esclusiva del medico, la responsabilità dev’essere paritariamente ripartita tra struttura e sanitario

L’azione risarcitoria contro la struttura sanitaria

L’erede di un paziente deceduto a seguito di un intervento chirurgico di artroprotesizzazione aveva agito in giudizio contro la struttura sanitaria al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti.

All’esito del processo di primo grado, il Tribunale di Milano accoglieva la domanda condannando l’istituto al risarcimento della somma di 85.99,00 euro oltre interessi, quale risarcimento del danno in favore della danneggiata. Cosicché, in esecuzione della predetta sentenza la struttura sanitaria risarciva alla ricorrente la somma complessiva di 100.906,12 euro.

Senonché con atto successivo quest’ultima agì in giudizio contro i medici che avevano eseguito l’intervento, chiedendo di essere tenuta indenne e manlevata da ogni somma già versata alla danneggiata a titolo di risarcimento del danno.

A detta della struttura la responsabilità dell’evento era addebitabile esclusivamente ai sanitari, i quali non avevano eseguito correttamente l’intervento; proponeva pertanto, in via subordinata, azione di regresso integrale ai sensi degli artt. 1299 e 2055 c.c. nei confronti dei medici responsabili.

In primo luogo, l’adito Tribunale di Milano si è concentrato sull’oggetto e sulla natura della responsabilità della clinica (peraltro già accertata con sentenza passata in giudicato), per poi analizzare la relativa domanda di manleva.

Come è noto, l’accettazione del paziente nella struttura deputata a fornire assistenza sanitaria e ospedaliera comporta la conclusione di un contratto atipico “di spedalità”. La giurisprudenza ha chiarito che l’obbligazione scaturente dal contratto, genericamente detta di assistenza sanitaria, ha un contenuto complesso, perché comprende sia la prestazione medica o chirurgica principale sia una serie di obblighi cd. accessori, consistenti nella messa a disposizione del personale medico, ausiliario e infermieristico, dei medicinali e delle attrezzature tecniche necessarie e nelle prestazioni latu sensu alberghiere comprendenti il ricovero e la fornitura di alloggio, vitto e assistenza al paziente fino alla sua dimissione (da ultimo Cass. 19541/2015). La struttura medica risponde, quindi, a titolo contrattuale per la mancata o scorretta esecuzione di ciascuna delle prestazioni ricomprese nell’obbligazione assunta, ivi inclusa la prestazione medica principale.

La responsabilità della struttura sanitaria

Più recentemente, la Suprema Corte (nella sentenza n. 28987 dell’11.11.2019) ha precisato che “il medico opera pur sempre nel contesto dei servizi resi dalla struttura presso cui svolge l’attività, che sia stabile o saltuaria, per cui la sua condotta negligente non può essere agevolmente “isolata” dal più ampio complesso delle scelte organizzative, di politica sanitaria e di razionalizzazione dei propri servizi operate dalla struttura, di cui il medico stesso è parte integrante, mentre il già citato art. 1228 c.c., fonda, a sua volta, l’imputazione al debitore (la struttura sanitaria) degli illeciti commessi dai suoi ausiliari (…); ne consegue che, se la struttura si avvale della “collaborazione” dei sanitari persone fisiche (utilità) si trova del pari a dover rispondere dei pregiudizi da costoro eventualmente cagionati (danno): la responsabilità di chi si avvale dell’esplicazione dell’attività del terzo per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale trova radice non già in una colpa “in eligendo” degli ausiliari o “in vigilando” circa il loro operato, bensì nel rischio connaturato all’utilizzazione dei terzi nell’adempimento dell’obbligazione (Cass., 27/03/2015, n. 6243).

Tanto chiarito, sono state ritenute prive di pregio le difese presentate dalla clinica in ordine alla assenza di responsabilità a suo carico per la morte del paziente.

Parimenti infondata è stata ritenuta l’azione di regresso esercitata nei confronti dei medici convenuti.

Di recente la Corte di Cassazione ha chiarito che “in tema di responsabilità solidale dei danneggianti, la misura del regresso varia a seconda della gravità della rispettiva colpa e dell’entità delle conseguenze che ne sono derivate e che l’art. 1298 c.c. detta regola secondo la quale l’obbligazione in solido si divide tra i diversi debitori in parti che si presumono eguali, “se non risulti diversamente”. (Cass., 1701/2019, n. 1070, Cass., 16/12/2005, n. 27713)”.

La Suprema Corte ha finanche affermato che “in tema di danni da “malpractice” medica nel regime anteriore alla L. n. 24 del 2017, nell’ipotesi di colpa esclusiva del medico la responsabilità dev’essere paritariamente ripartita tra struttura e sanitario, nei conseguenti rapporti tra gli stessi, eccetto che negli eccezionali casi d’inescusabilmente grave, del tutto imprevedibile e oggettivamente improbabile devianza dal programma condiviso di tutela della salute cui la struttura risulti essersi obbligata”. Viene, pertanto, definitivamente esclusa la possibilità che la struttura, nel caso di colpa esclusiva del sanitario – ad eccezione del caso in cui si “manifesti un evidente iato tra (grave e straordinaria) “malpractice” e fisiologica attività economica di impresa” – eserciti un diritto di rivalsa integrale nei confronti del medico.

La decisione

Per queste ragioni, il Tribunale di Milano (Prima Sezione, sentenza n. 871/2020) ha rigettato tutte le domande proposte dalla struttura sanitaria.

Avv. Sabrina Caporale

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