Nessuna condanna per diffamazione a carico dell’uomo che aveva accusato di incompetenza il direttore del Pronto Soccorso dell’Ospedale locale, a causa di disservizi ed episodi di violenza da parte del personale infermieristico: le parole sono offensive ma giustificate dal diritto di critica

La nota contro il direttore del Pronto Soccorso

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva confermato la condanna a 300 euro di multa, inflitta in primo grado all’imputato per avere, in qualità di Presidente di una associazione, con una nota inviata agli organi dell’azienda ospedaliera locale, offeso la reputazione del direttore del Pronto Soccorso, accusandolo di incapacità professionale nell’organizzazione del reparto, che aveva portato all’aggressione di utenti da parte del personale infermieristico.

Contro tale decisione il difensore dell’imputato aveva proposto ricorso per Cassazione lamentando la violazione di legge in relazione all’art. 595 c.p.: la nota – sottolineava la difesa – era stata inviata agli organi dell’azienda ospedaliera per tentare di far luce sulle difficoltà che inficiavano l’andamento del reparto di Pronto soccorso, esprimendo preoccupazione per le problematiche emerse, e sfociate in un alterco tra personale infermieristico e alcuni pazienti; le espressioni adoperate, tuttavia, erano prive di capacità offensiva, non essendovi nessuna aggressione alla persona del medico del pronto soccorso, ma l’esposizione di problemi riguardanti l’andamento complessivo del reparto; in altre parole, l’”attacco” riguardava esclusivamente il profilo professionale, e non anche quello personale.

Mancava, inoltre, ad avviso della difesa il dolo del reato contestato, in quanto l’intenzione non era quella di offendere il direttore del Pronto Soccorso, ma di esprimere preoccupazione per l’andamento del reparto di Pronto soccorso, con la sola finalità di investire di un controllo e di una valutazione circa probabili irregolarità o mere disfunzioni.

La Corte di Cassazione (Quinta Sezione Penale, sentenza n. 17243/2020), ha in parte accolto il ricorso per le motivazioni che seguono.

Da un lato il Supremo Collegio ha ritenuto pacifica l’idoneità offensiva dell’espressione contestata all’imputato, con cui aveva affermato l’incapacità professionale del medico in qualità di Direttore del Pronto Soccorso, essendo indubbia ed oggettiva la lesione, alla reputazione professionale della persona offesa, e, dall’altro, la sussistenza del dolo, a prescindere dalla finalità perseguita e dal movente.

Invero, in tema di delitti contro l’onore, ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di diffamazione, non si richiede che sussista l’animus iniurandi vel diffamandi; essendo sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto è sufficiente che l’agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza – un diretto riferimento alle intenzioni dell’agente (Sez, 5, n. 4364 del 12/12/2012; Sez. 5, n. 8419 del 16/10/2013).

La Corte di Cassazione ha, tuttavia, ritenuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento della causa di giustificazione dell’esercizio del diritto di critica.

Già in passato la giurisprudenza, anche con riferimento ad – espressioni dal contenuto analogo a quella oggetto di contestazione nel presente processo, ha affermato che, in tema di diffamazione, il requisito della continenza postula una forma espositiva corretta della critica rivolta – e cioè strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione -, ma non vieta l’utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, siano insostituibili nella manifestazione del pensiero critico, in quanto non hanno adeguati equivalenti.

In una fattispecie analoga, la Suprema Corte (Sez. 5, n. 31669 del 14/04/2015) ha ritenuto che l’utilizzo del termine “incompetente” nei confronti di un architetto con riferimento al suo operato tecnico non esorbiti di per sè dai limiti della critica consentiti, dovendo il giudice di merito accertare se sia possibile rilevare nei suoi confronti una carenza di capacità professionale di grave natura, alla quale sola va commisurata la portata dell’indispensabilità funzionale della critica così come formulata), e non può ritenersi superato per il solo fatto dell’utilizzo di termini che, pur avendo accezioni indubitabilmente offensive, hanno però anche significati di mero giudizio critico negativo di cui deve tenersi conto anche alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato; analogamente si è detto (Sez. 5, n. 36077 del 09/07/2007) che “Sussiste l’esimente del diritto di critica, qualora – con una missiva indirizzata al Sindaco e alla Giunta locali – si accusino alcuni vigili urbani di “scarsa professionalità” e di “superficialità mista a incoscienza e presuntuosità” in relazione al rilevamento degli incidenti stradali, considerato che tali espressioni costituiscono giudizi di valore e che essi rispettano i canoni della pertinenza e della continenza”.

Il giudizio della Cassazione

Ebbene, nel caso in esame, i giudici Ermellini hanno osservato che nonostante le espressioni adoperate dall’imputato fossero oggettivamente lesive della reputazione professionale del medico, Direttore del Pronto Soccorso dell’Ospedale, dovevano ritenersi nondimeno scriminate dall’esercizio del diritto di critica, sussistendone i tre presupposti applicativi della verità dei fatti esposti, dell’utilità sociale della comunicazione, e della continenza, ovvero della forma “civile” dell’esposizione dei fatti e della loro vantazione.

La missiva indirizzata dall’imputato ai vertici dell’Ospedale, infatti, era stata redatta in qualità di consigliere del Comitato Consultivo Misto dell’Azienda Ospedaliera, e dunque nel ambito di funzioni latamente di controllo dell’attività e dell’organizzazione ospedaliera; in essa, inoltre, sono stati richiamati accadimenti che effettivamente avevano avuto luogo all’interno del reparto, corrispondendo a verità il fatto dell’aggressione (quantomeno verbale) di un infermiere nei confronti dei parenti di una paziente riportato dal giornale, ed il fatto che il reparto di Pronto Soccorso fosse interessato da problemi organizzativi e disfunzioni; in ogni caso, con la missiva venivano sollecitati controlli sul profilo organizzativo.

Gli eventuali disservizi organizzativi dei reparto di Pronto Soccorso e la sollecitazione di controlli, peraltro, avevano un indubbio interesse pubblico.

Quanto alla continenza, le espressioni critiche utilizzate non avevano trasmodato in un’aggressione gratuita alla sfera morale del dottore, essendo consistite in una censura alle attività di direzione del reparto, espressa con il termine “assoluta incapacità” di organizzare in modo adeguato il reparto, che, pur essendo oggettivamente offensivo della reputazione professionale, non risulta travalicare, nel contesto critico e valutativo della missiva, la forma civile dell’esposizione.

L’espressione, infatti, non rivela un gratuito attacco alla- persona, o una finalità meramente denigratoria, ma connoto una critica, sia pure aspra, alle capacità organizzative – ritenute insufficienti – del direttore del reparto di Pronto Soccorso.

Per tutte queste ragioni, la sentenza impugnata è stata annullata senza rinvio perché il fatto non costituisce reato.

Avv. Sabrina Caporale

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