Un ragazzo è morto per una severa e diffusa miocardite acuta dopo che i sintomi erano stati sottovalutati sia dal medico di base che dalla Guardia Medica.

Il medico curante aveva giudicato come una banale patologia i sintomi e, noncurante delle sollecitazioni ricevute dai familiari del paziente, non aveva disposto necessari esami strumentali specialistici che avrebbero evidenziato la miocardite in atto.

Ora la Cassazione penale (dep. 22/11/2023, n.46857) ha deciso che il Medico risponde di omicidio colposo per imperizia, nell’accertamento della malattia, e per negligenza, per l’omissione delle indagini.

Il primo grado di giudizio

II Tribunale di Castrovillari, condannava il Medico curante alla pena di mesi sei di reclusione, oltre al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale subito dalle costituite parti civili, e disponeva una provvisionale di Euro 25.000,00 in favore di ciascuna delle stesse, con la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, in quanto riconosciuto colpevole, in concorso con altro Medico (per il quale si è proceduto separatamente con rito abbreviato assolto in via definitiva dopo una condanna in primo grado), del delitto di cui all’art. 589 c.p. perché, in qualità di medico curante (e il coimputato in qualità di sanitario di turno della Guardia Medica) per colpa consistita in negligenza, imprudenza ed imperizia, entrambi sottovalutando i sintomi di una patologia cardiaca in atto manifestati dal paziente e non procedendo ai necessari esami strumentali.

In particolare: il Medico curante, giudicando quale banale patologia sintomi reiteratamente manifestatisi e sottopostigli nel corso di tre accessi domiciliari e, noncurante delle sollecitazioni ricevute dai familiari del paziente, non procedendo ai necessari esami strumentali specialistici; – il Medico della Guardia Medica omettendo di procedere al ricovero ospedaliero del paziente al fine di consentire i necessari approfondimenti diagnostici strumentali, tenuto conto del significativo quadro clinico del paziente; in tal modo modificando in senso sfavorevole l’evolversi della miocardite in atto, cagionavano la morte del paziente deceduto per severa e diffusa miocardite acuta più verosimilmente di origine batterica a carico del miocardio ventricolare sinistro con severa pericardite consensuale; edema polmonare diffuso da scompenso cardiaco acuto e stasi poliviscerale riacutizzata”.

Assoluzione in Corte di Appello e ricorso in Cassazione

La Corte di Appello di Catanzaro, in riforma della sentenza di primo grado, assolveva l’imputato perché il fatto non costituisce reato.

Avverso tale provvedimento hanno proposto ricorso per Cassazione le costituite parti civili deducendo, quale unico motivo il vizio di motivazione della sentenza impugnata.

La Corte di Appello di Catanzaro, immotivatamente e contraddittoriamente riterrebbe “controversa” la visita del 13 aprile 2012, quando in realtà la stessa risulterebbe acclarata e provata in dibattimento. È contestata, invece, una precedente visita effettuata la settimana precedente il decesso del paziente da parte del medico di famiglia, visita in ambulatorio riferita dalla madre della vittima e negata dal medico curante (anche se in merito a questa seconda visita ambulatoriale in sede di esame e di controesame si sarebbe contraddetto l’imputato). L’omessa valutazione di detta circostanza – prosegue il ricorrente – non è di poco conto, poiché trascura di considerare la ricaduta dell’episodio febbrile e la sua indiscussa rilevanza, ai fini della colpa omissiva contestata al Medico curante “essendo rimasto ciecamente ancorato alla sua errata diagnosi di bronchite, tanto da sottovalutare la ricomparsa di febbre e faringite il 19 aprile e gli allarmanti sintomi riferitigli dal paziente e dalla madre il 23 e il 26 aprile (dolori toracici, febbre alta nonostante la cura antibiotica, pressione bassa); il Medico curante avrebbe, sempre secondo la tesi dei ricorrenti, imprudentemente preferito portare avanti la terapia farmacologica per la cura della cistite, non condivisa, piuttosto che dichiarare il suo dubbio diagnostico ai familiari e assecondarne l’intendimento della madre di condurre il figlio in ospedale per ulteriori accertamenti”.

La ricostruzione dei fatti

Il Consulente del P.M., facendo riferimento agli elementi emersi dalla documentazione medica oltre che a quanto riferito dai familiari, ha iniziato l’esame della condotta medica del Medico curante a partire da quindici giorni prima il decesso del ragazzo. Infatti, secondo il riferito dei familiari, il paziente 15 giorni prima dell’exitus sarebbe andato incontro ad un episodio febbrile, trattato con terapia antibiotica, risoltosi in circa tre giorni, di natura verosimilmente virale. Dopo circa 6-7 giorni sarebbe ricomparsa la febbre, di intensità maggiore rispetto alla precedente, pertanto sarebbe stato consultato il Medico curante che, in occasione di tre visite domiciliari il 19, il 23 e il 26 aprile 2012, avrebbe minimizzato la portata del problema escludendo la necessità di ulteriori accertamenti strumentali o specialistici, sia la necessità di ospedalizzare.

La Corte di Appello di Catanzaro, in sintesi, avrebbe basato il suo assunto sul solo aspetto della riferita o meno circostanza del dolore toracico. Anche così, però, sarebbe incorsa in un evidente travisamento delle risultanze processuali, totalmente disancorato dagli elementi istruttori obiettivamente acquisiti in dibattimento, rassegnando così una sentenza ingiusta, basata su una motivazione soltanto apparente e comunque contraddittoria e manifestamente illogica. Ed ancora, per le parti civili ricorrenti, il dato istruttorio acquisito in dibattimento, consegnerebbe una conclusione di natura obiettiva, scientificamente dichiarata e processualmente condivisa: la morte del giovane, dovuta a miocardite acuta, non può che essere stata necessariamente preceduta dalla indicata sintomatologia.

Le censure sono fondate.

Viene in primo luogo rammentato, che in caso di riforma in senso assolutorio della sentenza di primo grado la giurisprudenza di legittimità, sebbene non sia giunta a configurare un obbligo di integrazione istruttoria, ha più volte ribadito la necessità che la sentenza di appello si esprima con una motivazione particolarmente penetrante che tenga conto non solo degli argomenti esposti nell’atto di impugnazione, ma anche di quelli contenuti nella prima decisione.

I sintomi della miocardite e il dubbio diagnostico

La Corte di Appello di Catanzaro, dopo averne richiamato le argomentazioni, ha ritenuto di dover aderire alle conclusioni rassegnate nella perizia, in ordine all’insussistenza della colpa. Ha sostenuto che il Tribunale di Crotone avrebbe disatteso tali conclusioni ritenendo provato, sulla scorta della deposizione dei familiari, che al Medico curante fossero stati rappresentati i dolori al petto che avrebbero dovuto orientare la diagnosi verso la possibile patologia cardiaca, inducendolo a disporre il ricovero ospedaliero. Ha rilevato che, tuttavia, per assumere rilievo ai fini della diagnosi di miocardite, i dolori al petto avrebbero dovuto assumere caratteristiche specifiche, per come rappresentato dallo stesso c.t. di parte civile, che nell’elencare i sintomi della miocardite fa riferimento a un dolore toracico che si sposta al collo, spalle, schiena o addome e aumenta con la respirazione o quando si sta in piedi. Ha, quindi, sostenuto che l’istruttoria non avrebbe fornito la prova certa che al Medico siano stati effettivamente rappresentati dolori toracici di questo tipo, potenzialmente sintomatici della patologia cardiaca.

Aggiunge la Corte territoriale che, per come riferito dai Consulenti, in caso di miocardite acuta i sintomi non si limitano a un generico dolore al petto ma si estendono a collo, spalle, schiena e addome, e si manifesta un dolore così forte e intenso da essere difficilmente vincibile anche con gli oppiacei. Quindi, se un simile dolore si fosse verificato, avrebbe certamente provocato una richiesta di soccorso e non sarebbe stato descritto come un generico dolore al petto.

Ebbene, la Corte di appello non ha correttamente applicato i principi giurisprudenziali, nello specifico laddove non appare confutare specificamente i più rilevanti argomenti posti a fondamento della motivazione di primo grado, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato.

Ha colto nel segno la deduzione delle parti civili ricorrenti che hanno evidenziato come la sentenza impugnata abbia fondato la pronuncia assolutoria con riferimento al solo aspetto del dubbio sulla comunicazione al Medico del dolore toracico, laddove il primo Giudice aveva valorizzato l’inerzia dello stesso anche rispetto ad altri sintomi manifestati dal paziente (ricomparsa di febbre alta e faringite nonostante la cura antibiotica, pressione bassa) che avrebbero richiesto il ricorso ad esami strumentali specialistici per chiarire le cause della recidiva della malattia infiammatoria.

La sentenza impugnata non affronta, inoltre, il tema della diagnosi differenziale e del dovere che incombe sul Medico, di fronte al dubbio diagnostico, di valutare le possibili ipotesi alternative, con gli accertamenti specialistici richiesti. Il dubbio diagnostico, in altri termini, non può essere “scaricato” sul paziente.

La S.C. ribadisce il principio secondo cui il Medico risponde di omicidio colposo per imperizia, nell’accertamento della malattia, e per negligenza, per l’omissione delle indagini necessarie, quando in presenza di sintomatologia idonea a porre una diagnosi differenziale, rimanga arroccato su diagnosi inesatta, benché posta in forte dubbio dalla sintomatologia, dalla anamnesi e dalle altre notizie comunque pervenutegli.

Conclusivamente, la Suprema Corte annulla la sentenza impugnata e rinvia al Giudice civile competente per valore in grado di appello.

Avv. Emanuela Foligno

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