In tema di responsabilità medica, la condotta del medico va esaminata con riguardo alla specializzazione esercitata, adeguata alla natura e al livello di pericolosità della prestazione, implicante scrupolosa attenzione e adeguata preparazione professionale

La vicenda

La ricorrente aveva agito in giudizio contro la struttura sanitaria locale al fine di sentirla condannare al risarcimento di tutti i danni subiti in conseguenza del decesso del proprio coniuge, causato da dissecazione aortica non diagnosticata dai medici del pronto soccorso.

Da quanto riferito, l’uomo, a causa di un malore, era stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale locale, dove veniva sottoposto dai medici di turno ad accertamenti finalizzati a verificare un sospetto di infarto del miocardio, escluso il quale, veniva dimesso con diagnosi di esofagite da reflusso. La mattina seguente, il paziente si recava nuovamente presso la Guardia Medica, e il giorno successivo presso l’ambulatorio del proprio medico di base, che gli prescriveva un esame schermografico del torace, eseguito in giornata; ciononostante, due giorni dopo, l’uomo veniva rinvenuto privo di vita dai propri familiari.

La pronuncia di primo grado

In primo grado, l’adito Tribunale accoglieva la domanda attorea, rilevando ben quattro profili di responsabilità in capo ai sanitari dell’Ospedale:

  • il paziente era stato dimesso dal Pronto Soccorso senza alcuna segnalazione riguardo allo stato dei sintomi che lo stesso presentava all’arrivo. In altre parole non vi era nulla che segnalasse se il quadro clinico, all’atto della dimissione, fosse migliorato, regredito o peggiorato.
  • La presenza di valori elevati di Troponina e Mioglobina doveva indurre come minimo ad eseguire una seconda determinazione dopo circa 3 ore come raccomandato dalle linee guida internazionali per il trattamento delle Sindromi coronariche acute, al fine di escludere una genesi coronaria del dolore pur in presenza di un elettrocardiogramma normale. Il trattenere quindi il paziente in osservazione avrebbe potuto indurre, persistendo i Sintomi ad ulteriori approfondimenti sulla genesi del dolore toracico e forse infine alla diagnosi effettiva.
  • Qualora il punto due non fosse stato percorribile per motivi logistici (es. mancanza di un reparto di osservazione breve) un ricovero precauzionale in un qualsiasi reparto avrebbe forse portato i sanitari nella direzione della patologia riscontrata all’esame autoptico.
  • Sarebbe stato utile raccomandare al paziente sul foglio di dimissione in caso di ripetersi o di persistenza dei sintomi, un nuovo accesso al P.S. per ulteriori accertamenti diagnostici.

Il giudice di prime cure aveva, inoltre, ritenuto la responsabilità del medico di base; anch’egli aveva sottovalutato la sintomatologia riferita dal paziente.

Il processo d’appello

Ebbene, a proporre appello contro la decisione di primo grado era stato proprio il medico di famiglia. A sua detta il giudice di prime cure aveva errato nel non aver rilevato l’intervenuta prescrizione del diritto al risarcimento del danno; asseriva, infatti, che il proprio ambulatorio non era dotato delle attrezzature necessarie per poter eseguire indagini diagnostiche, che quindi la responsabilità operante nei confronti del medico di base è quella aquilana; e, al momento della sua chiamata in causa, risultava già decorso il termine quinquennale di prescrizione.

Ma il motivo è stato ritenuto infondato. La Corte d’Appello di Ancona (Prima Sezione, sentenza n. 956/2019) ha, infatti, ribadito che “ogni volta che il medico interviene, l’esercizio della sua attività sanitaria – e il connesso rapporto con il paziente – non possono avere un contenuto diverso da quello avente come fonte un comune contratto d’opera professionale, sicchè il mero contatto sociale è idoneo a far scattare i presidi della responsabilità contrattuale (Cass. civ. sez. un. 22 gennaio 1999, n. 589; Cass. civ. 30 settembre 2014, n. 20547; Cass. civ. 12 dicembre 2013, n. 27855); ad es. la Suprema Corte ha qualificato in termini di “contratto” il rapporto instauratosi a seguito del comportamento di un medico di base osservando che In tema di attività medico-chirurgica, anche il “contatto sociale” meramente fortuito ed informale, intercorso tra medico e paziente, è idoneo a far scattare i presidi della responsabilità contrattuale” (Cassazione civile sez. III, 03/10/2016, n.19670).

L’accertamento della diligenza del medico di base

Con ulteriore motivo di gravame l’appellante aveva, poi, dedotto l’assenza di colpa nel proprio operato; asseriva di avere tenuto una condotta diligente, avendo prescritto al paziente una radiografia al torace, prontamente eseguita, ed avendogli raccomandato, di recarsi al pronto soccorso in caso di ricomparsa dei dolori; doveva, pertanto, affermarsi l’assenza di una condotta negligente ex art. 2236 c.c., essendo medico di base, ed essendo il proprio ambulatorio privo di particolari strumenti diagnostici, considerato il particolare quadro clinico presentato dal paziente totalmente asintomatico nel momento in cui veniva visitato da esso appellante e, considerata, infine, la pregressa diagnosi del pronto soccorso.

Al riguardo, il Collegio d’appello ha osservato che “trattandosi di obbligazione professionale, in base al combinato disposto di cui all’art. 1176 c.c., comma 2, e art. 2236 c.c., va osservata la diligenza ordinaria del buon professionista (Cass., 31/5/2006, n. 12995), vale a dire la diligenza qualificata quale modello di condotta che si estrinseca nell’adeguato sforzo tecnico, con impiego delle energie e dei mezzi normalmente ed obiettivamente necessari od utili, in relazione alla natura dell’attività esercitata, volto all’adempimento della prestazione dovuta ed al soddisfacimento dell’interesse creditorio, nonchè ad evitare possibili eventi dannosi (Cass., 13/4/2007, n. 8826). Il criterio della normalità va allora valutato con riferimento alla diligenza media richiesta, avuto riguardo alla specifica natura e alle peculiarità dell’attività esercitata, e la condotta del medico va esaminata avendosi riguardo alla peculiare specializzazione e alla necessità di adeguarla alla natura e al livello di pericolosità della prestazione, implicante scrupolosa attenzione e adeguata preparazione professionale (Cass., 13/1/2005, n. 583), essendogli richiesta la diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria. Una diversa misura di perizia è infatti dovuta in relazione alla qualifica professionale del debitore, in relazione ai diversi gradi di specializzazione propri dello specifico settore professionale”.

Specializzazione medica e diligenza

Ai diversi gradi di specializzazione corrispondono in realtà diversi gradi di perizia, dovendo distinguersi tra una diligenza professionale generica e una diligenza professionale variamente qualificata (Cass., 13/4/2007, n. 8826). Chi assume un’obbligazione nella qualità di specialista, o una obbligazione che presuppone una tale qualità, è tenuto alla perizia che è normale della sua categoria. Lo sforzo tecnico implica anche l’uso degli strumenti materiali normalmente adeguati, ossia l’uso degli strumenti comunemente impiegati nel tipo di attività professionale in cui rientra la prestazione dovuta.

Ebbene, nel caso in esame, parte attrice aveva riferito che in data 8.10.2001 il proprio congiunto si era rivolto al proprio medico di base, cui aveva esibito il referto del pronto soccorso. Quest’ultimo gli aveva allora prescritto un esame schermografico del torace che eseguiva nella medesima giornata, il quale non evidenziava patologie particolari, suggerendogli di contattare subito il Pronto Soccorso in caso di ricomparsa dei dolori.

La Corte d’appello ha, perciò, disposto un supplemento istruttorio, ritenendo che il Giudice di prime cure avesse omesso di estendere l’indagine peritale anche nei confronti del medico di base.

Avv. Sabrina Caporale

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