La diagnosi istopatologica di melanoma doveva essere già formulata sia nel 1983 che nel 1988, verificandosi dunque un duplice ritardo diagnostico di una patologia tumorale che ha poi avuto un’evoluzione progressiva fino al decesso della paziente (Tribunale di Prato, sentenza n. 45/2021 del 22 gennaio 2021)

I congiunti della paziente deceduta citano a giudizio la Regione Toscana e la Gestione Liquidatoria della USL onde vedere acclarata la loro responsabilità per un duplice ritardo diagnostico di melanoma.

In particolare, la paziente nel maggio 1983 faceva asportare un piccolo nevo presente sulla gamba sinistra, dietro consiglio del proprio dermatologo, con intervento ambulatoriale eseguito presso l’Ospedale di Pisa il cui esito istologico diagnosticava “Nevo”.

Dopo cinque anni, nel 1988, nel medesimo punto della coscia sinistra si formava altro nevo, anche questo asportato presso la medesima USL e sottoposto ad esame istologico con identica diagnosi.

Dopo ulteriori cinque anni, nel giugno 1993 , si riformava altro nevo nel medesimo punto della coscia sinistra e sottoposto al medesimo trattamento ma l’esame istologico diagnosticava “Melanoma”.

Tutti i reperti istologici venivano inviati a consulto prima all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e poi all’Anatomia Patologica del San Pio X di Milano.

Entrambi gli Istituti evidenziavano melanoma maligno sino dal 1983, qualificando come recidive tutte le successive neoplasie.

Il 9 luglio 1993 la paziente veniva sopposta ad intervento di allargamento della sede di exeresi della neoplasia, nell’ambito del quale veniva asportata cute, tessuto sottocutaneo e fascia muscolare.

Dopo 6 anni, nel luglio del 1999 la donna riscontrava la presenza, sempre nella gamba sinistra, di un linfonodo inguinale ingrossato che veniva immediatamente asportato tramite intervento chirurgico presso il presidio ospedaliero di Prato, e dagli esami istologici risultava “metastasi Linfo e Perilinfonodale in 1/16 linfonodi inguinali”;

Nel 2009 la donna, accusando dolori generalizzati, eseguiva una serie di esami strumentali, dai quali risultava la presenza di aree di iperattività, compatibili con fenomeni metastatici, nella teca cranica, nelle costole, nella spalla destra, nel femore sinistro, nella tibia sinistra, nel fegato e nella milza.

Veniva poi seguita dall’Oncologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Siena e decedeva il 14 settembre 2009 per melanoma maligno plurimetastatico.

Si costituiscono entrambe le convenute eccependo la prescrizione del diritto e qualsivoglia responsabilità.

La causa viene istruita con CTu Medico-Legale.

Con sentenza parziale del 16 maggio 2018 il Tribunale rigettava le eccezioni inerenti il difetto di legittimazione passiva e di prescrizione e rimetteva in istruttoria per integrare le CTU, anche in considerazione delle disposizioni normative entrate in vigore.

Il Tribunale, preliminarmente, dato atto delle statuizioni della sentenza parziale, passa alla disamina del nesso causale tra le omesse diagnosi di melanoma nelle distinte date del 1983 e 1988 e l’evoluzione della patologia, nonché sulla valutazione degli estremi della colpa professionale in capo ai sanitari.

La prima CTU, depositata in data 27 febbraio 2017, ha confermato la diagnosi di neoplasia melanocitaria dalla visione dei vetrini relativi ai reperti istologici riferibili agli esami eseguiti nel 1983 e nel 1988, a seguito degli interventi eseguiti rispettivamente presso l’Ospedale di Pisa e presso il presidio ospedaliero di Prato, nonché quelli di epoca posteriore, rispettivamente del giugno 1993 e del luglio 1999.

Nello specifico: “… Trattasi di neoplasia melanocitaria ipercellulata, lievemente pigmentata, di aspetto verrucoso con nodularità superficiali periferiche e crescita compressiva sull’epidermide, che appare assottigliato. La neoplasia interessa il derma per uno spessore di 3 mm (sec. Breslow), presenta focale regressione ed è costituita da cellule dismetriche con nucleolo prominente, incisure ed occasionali pseudoinclusi nucleari. Si riscontrano lieve infiltrato linfocitario intra -lesionale (non -brisk), occasionali figure mitotiche prevalentemente in superficie, dove raggiungono il numero di 4 × mm2 nell’area a maggiore rappresentatività, riduce ndosi a circa 2 -3 × mm2 in profondità nelle aree più rappresentative (reazione immunoistochimica per antigene citoproliferativo ki67 assente in quanto non ancora introdotta nella pratica diagnostica del tempo). Non vi è evidenza di invasione neoplastica perineurale, né di angioinvasione, né di ulcerazione. La neoplasia non è presente sui margini bioptici, distando 1.6 mm da quello laterale più vicino e 6 mm dal margine profondo. Nel derma papillare della cute indenne si osservano inoltre occasionali melanofagi. Il complesso dei reperti depone per melanoma nevoide, variante verrucosa; il melanoma nevoide è un raro istotipo di melanoma in fase di crescita verticale (sec. Elder), descritto per la prima volta nel 1985 [Schmoeckel C, Castro CE, Braun -Falco O. Ne voidmalignant melanoma. Arch Dermatol Res, 1985;277:362 -9], il quale molto spesso è confuso con un nevo melanocitico [Bastian BC, Lazar A. Nevoid melanoma. In: Calonje E, Brenn T, Lazar A, McKee PH, Eds. McKee’s pathology of the skin withclinical correfat ions, vol II, IV ed. Elsevier Saunders, 2012; ch. 26; pg. 1240] ( pag. 17 -18)”.

“Nel presente caso, la variabile attività mitotica riscontrata, bassa nella maggioranza della lesione (“minimal deviation melanoma”), ha ulteriormente innalzato il già elevato coefficiente di difficoltà diagnostica, tale da richiedere alte competenze diagnostiche….Trattasi di neoplasia melanocitaria amelanotica costituita in prevalenza da cellule chiare atipiche con nucleo indentato (cosiddette ‘physalipherous’ nella letteratura inglese) ed in minor misura da cellule balloniformi con nucleo per ifierico (ad anello con sigillo) prive di granuli intra -citoplasmatici PAS -positivi. ….. Ed ancora: “… Il complesso dei reperti depone per signet -ring melanoma; il signet ring melanoma è un raro istotipo di melanoma in fase di crescita verticale, descritto per la prima P****f nel 1988 [ Sheibani K, Battifora H. Signet -ring cell melanoma. A rare morphologic variant of malignant melanoma. Am J Surg Pathol. 1988;12:28 -34], riscontrabile principalmente nelle forme ricorrenti o metastatiche della malattia [Magro CM , Crowson AN, Mihm MC. Unusual variants of malignant melanoma. Modern Pathofogy 2006;19:41 -70]. Nel presente caso il comportamento camaleontico della neoplasia nella sua ricorrenza ha ulteriormente innalzato il coefficiente di difficoltà diagnostica. Quatt ro (4) vetrini, tre (3) colorati con ematossilina ed eosina (EE) ed uno (1) colorato con impregnazione argentica Masson -Fontana (MR. tutti recanti l’etichettatura “Ist. Anat. Istol. Pat. U.S.L. N. 9 – PRATO” ed il codice numerico “122129” in progressione d al numero 1 al numero 3 (22129 -1; 122129 -2; 122129 -3 EE; 122129 -3 MF), risalenti all’anno 1993. Trattasi di melanoma maligno in fase di crescita verticale (sec. Elder) tumorigena.(pag. 19 -20). “

“L’iter clinico documentato decorre complessivamente dal 16/5/1983 (data del primo intervento di escissione di nevo alla coscia sx) al 14/9/2009 (data del decesso), per complessivi 26 anni. I passaggi salienti dalla storia clinica emergenti dalla documentazione agli atti sono rappresentati dall’intervento ambulatoriale di escissione di piccolo nevo sulla coscia sx presso l’Ospedale di Pisa in data 16/5/1983, dalla refertazione dell’esame bioptico in pari data, attestante la presenza di un nevo composito prevalentemente intradermico pigmentato peduncolato, dal reperto dell’esame bioptico dell’1/6/1988, conseguente a escissione di vecchia cicatrice in pregressa escissione di nevo cutaneo, con presenza di tumefazione pigmentata recidiva, in cui veniva diagnosticato un nevo intradermico a cellule chiare recidivo. È presente poi il referto dell’U.O. di Chirurgia del Prof. Mori del 10/6/1993 con ricovero per nevo alla coscia, con diagnosi di nevo recidivo alla coscia sx, asportazione; il referto dell’esame bioptico del 10/6/1993 relativamente al materiale inviato, rappresentato da tumefazione alla coscia e, sotto il profilo macroscopico, da una losanga cutanea di 4,5×2 cm, con neoformazione ovalare del diametro massimo di 2 cm; rilevato sotto il profilo diagnostico un melanoma nodulare con isolati aspetti balloniformi, con spessore massimo sec. Breslow di 2,3 mm, III livello di Clark. La documentazione agli atti attesta poi l’effettuazione di una TAC dell’addome il 21/6/1993 e di una ecotomografia pelvica il 26/6/1993, risultanti nei limiti di norma. È presente il referto dell’Istituto di Anatomia Patologia e Citologia di Milano dell’1/7/1993, con diagnosi istopatologica di melanoma in tutti i reperti bioptici rivalutati. Il 9/7/1993 ricovero presso l’U.O. di Chirurgia con asportazione di cicatrice ed un tratto di fascia lata; il referto istologico rilevava melanoma. Risultano poi ripetuti controlli ecografici dal 1994 al 1998, invariati e senza riscontri patologici; in data 17/7/1999 veniva rilevata una formazione nodulare a livello inguinale sx sottoposta ad asportazione per biopsia , con ricovero in data 23/7/1999 ed esecuzione di intervento di linfoadenectomia radicale inguino -crurale sx e riscontro istologico attestante metastasi linfo e perilinfonodale, isotipo compatibile con melanoma. Emergono ulteriori refertazioni anche dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano ed ulteriori riscontri ecografici delle regioni inguinali, risultati sostanzialmente invariati fino al 6/2/2009. In seguito alla comparsa di dolori ossei diffusi nel giugno 2009 in data 21/7/2009 la paziente si sottoponeva ad un esame RM lombo – sacrale, che rilevava lesioni osteolitiche di tipo sostitutivo diffuse a livello vertebrale; inoltre, il 24/7/2009 effettuava anche una scintigrafia ossea, che confermava le lesioni osteolitiche della colonna per melanoma, rilevando aree di iperattività anche a livello della teca cranica, della 7° emiarcata costale posteriore dx, diafisi omerale dx, femore sx e tibia sx; il 30/7/2009 si sottoponeva ad una TAC cranio, torace ed addome, che rilevava plurime aree nodulari di ipodensità a livello epatico, a livello del parenchima splenico, con lesioni sostitutive anche a livello del piccolo bacino sx e l’1/8/2009, agli Rx di controllo, venivano rilevate anche lesioni litiche a livello della teca cranica e pluridistrettuali. La visita effettuata all’Istituto Toscano dei Tumori di Siena del 10/9/2009 rilevava il melanoma cutaneo metastatico, riportando l’iter clinico e la revisione dei preparati istologici delle lesioni asportate nel 1983 e nel 1988, che portava ad evidenziare un melanoma nodulare polipoide IV livello di Clark 3,1 mm sec. Breslow nel 1983 e una localizzazione dermo – epidermica di melanoma nel 1988. In data 21/8/2009, presso l’Istituto Toscano Tumori di Siena, veniva intrapresa terapia con acido Zoledronico ed il 24/8/2009 con Dacarbazina, rilevandosi poi in data 13/9/2009, come diagnosi principale, un melanoma cutaneo con metastasi diffuse ossee, epatiche, spleniche ed a livello del bacino, con un progressivo aggravamento delle condizioni fino al decesso della paziente, avven uto a Prato in data 14/9/2009 …”.

“… Già gli accertamenti bioptici eseguiti nel 1983 e nel 1988 erano indicativi di melanoma, a fronte, invece, di una diagnosi istopatologica di nevo composito prevalentemente intradermico pigmentato peduncolato nel 1983 e di nevo intradermico a cellule chiare recidivo nel 1988. In realtà, nel 1983, come conferma la revisione isto – anatomopatologica, si trattava di una neoplasia melanocitaria ipercellulata, lievemente pigmentata, di aspetto verrucoso, con nodularità superficiali e periferiche e crescita compressiva sull’epidermide con un interessamento del derma per lo spessore di 3 mm ed occasionali figure mitotiche prevalentemente in superficie, con elementi di certezza diagnostica confermati dalla proliferazione melanocitaria che interessa la giunzione dermo-epidermica, riproducendo il tipico aspetto di consunzione dello strato epidermico. Nel 1988 si trattava di una neoplasia melanocitaria amelanotica, raro istotipo di melanoma in fase di crescita verticale, riscontrabile principalmente nelle forme ricorrenti. Nel 1993 fu formulata la diagnosi corretta di melanoma nodulare con aspetti balloniformi. Si tratta, pertanto, di un ritardo diagnostico rispettivamente di 10 e di 5 anni: dal 16/5/1983 al 10/6/1993 e dall’1/6/1988 al 10/6/1993.”

Al riguardo il Giudice osserva che l’elevata difficoltà diagnostica per le motivazioni indicate dal Consulente, non può esimere dal considerare comunque non adeguata la diagnosi formulata e la mancata diagnosi di melanoma, sia nel 1983 che nel 1988, in quanto nel 1983, pur a fronte della difficoltà di formulare una diagnosi specifica e raffinata in una forma peraltro non ancora codificata, si imponevano approfondimenti diagnostici presso un superiore diretto o nella stessa struttura oppure la richiesta presso un centro di più elevata qualificazione per i melanomi, stanti comunque gli elementi indicativi quantomeno di un fondato dubbio suscettibile di tali approfondimenti. Nel 1988, trattandosi di recidiva, l’adeguata condotta è ancora più evidente, in quanto il misconoscimento del melanoma attiene una formazione con l’aggravamento dell’indice di sospettabilità clinica, trattandosi di recidiva locale; anche in questo caso avrebbero dovuto essere effettuati ulteriori doverosi approfondimenti.

La diagnosi istopatologica di melanoma, in altri termini, doveva essere già formulata sia nel 1983 che nel 1988, verificandosi dunque un duplice ritardo diagnostico di una patologia tumorale che ha poi avuto un’evoluzione progressiva fino al decesso della paziente, avvenuto il 14/9/2009.

Ciò posto, in merito alla responsabilità dei Sanitari il Tribunale differenzia la responsabilità dell’estensore del primo referto (1983), trattandosi di prima comparsa della lesione e di specialista anatomo -patologo più giovane, dalla responsabilità del secondo specialista (1988), in cui si trattava di recidiva nella sede del primo intervento chirurgico, potendosi escludere la insufficiente o incompleta escissione sulla base dello stesso esame istologico che dimostrava un contorno regolare e completo della lesione.

In conclusione, viene confermato che per effetto della condotta omissiva di entrambi i Patologi, è stato provocato un peggioramento delle condizioni originarie della paziente, per inadeguatezza o non diligente esecuzione della prestazione professionale che, anche in mancanza di linee guida e raccomandazioni, per normale diligenza professionale i dipendenti della struttura avrebbero almeno dovuto attenersi alle buone pratiche clinico -assistenziali adeguate alla specificità del caso concreto.

Riguardo le osservazioni critiche alla CTU il consulente osserva che “con le categorie morfologiche valide all’epoca degli esami, secondo la scienza ed esperienza dell’epoca, la lesione avrebbe potuto essere legittimamente diagnosticata come benigna in relazione ai preparati analizzati nel 1983, in quanto la descrizione è avvenuta per la prima volta nel 1985. Si precisa peraltro che questa non avrebbe potuto essere, comunque, una diagnosi di certezza, per la presenza di elementi anomali (mitosi), per cui sussiste comunque una inadeguata condotta tecnica, in quanto anche nell’ipotesi di una eventuale “benignità incerta”, il caso andava approfondito oppure prudentemente trattato alla stregua di un melanoma con l’intervento chirurgico di allargamento”.

“Nell’esame del reperto del 1993 venne fatta correttamente la diagnosi di melanoma ma come lesione primaria, meno grave sotto l’aspetto prognostico rispetto alla realtà clinica che deponeva per una neoplasia già sede di duplice trasformazione evolutiva e, pertanto, in fase di maggiore aggressività. Comunque la lesione venne trattata in modo corretto, per quanto tardivamente “.

Conseguentemente, anche in assenza di linee guida certe in occasione delle prime omissioni, le omissioni riscontrate – già nel 1983, ma soprattutto nel 1988 – non sono risultate certamente adeguate alle specificità del caso concreto e conformi al parametro delle ” leges artis ” nella cura dell’interesse del paziente, e conducono alla declaratoria di colpa professionale a carico di entrambi i sanitari che non hanno formulato le diagnosi corrette o, nel primo caso, richiesto ulteriori approfondimenti diagnostici.

Al riguardo, viene richiamata la conclusione della CTU ove si legge “Sulla base della Consulenza Anatomo -patologica espletata dell’esame collegiale dei vetrini e della relativa discussione e sulla base delle memorie pervenute è possibile tracciare la storia evolutiva della neoplasia della paziente:

A) La Sig.ra all’età di 37 anni venne sottoposta ad asportazione di piccolo nevo della coscia sx, con modalità ambulatoriale nell’Ospedale di Pisa, il 16/05/83. Il pezzo chirurgico venne consegnato ai familiari perché lo facessero esaminare nell’Ospedale di Prato dove risiedevano. Il referto della U.O. di Anatomia e Istologia patologica del 20/05/83 () riportava “Nevo composito, prevalentemente intradermico, pigmentato, peduncolato”. Si trattava in verità di una ” Neoplasia melanocitaria , ipercellulata, lievemente pigmentata, di aspetto verrucoso con nodularità superficiali periferiche e crescita compressiva sull’epidermide che appare assottigliato. La certezza diagnostica è oggettivamente dimostrata dalla proliferazione melanocitaria che interessa la giunzione dermo -epidermica riproducendo il tipico aspetto di consunzione dello strato epidermico (caratteristica tarlatura ed erosione del piano epidermico)…..()…… dall’esame collegiale sono emersi elementi indicativi di neoplasia melanocitaria che non richiedevano una diagnosi raffinata fino a quella di “melanoma nevoide, variante verrucosa”, del resto non ancora codificata, ma imponevano un approfondimento diagnostico presso un superiore diretto nella stessa struttura o almeno la richiesta di una “second opinion” in altri Centri ad elevata qualificazione per i melanomi. Tale precisazione è ancora più importante se si considera che la neoplasia asportata in questa prima fase, dotata di una buona prognosi con bassa probabilità di recidive locali e bassissima, se non eccezionale, di metastasi, correttamente diagnosticata e sottoposta al trattamento di allargamento exeretico appropriato, avrebbe potuto comportare la guarigione clinica definitiva con alta probabilità. …

B) Dopo cinque anni si ripresentò una identica lesione cutanea sulla cicatrice del precedente intervento, nello stesso punto della lesione precedente.

Il 01/06/88 tale lesione venne sottoposta ad exeresi chirurgica comprendente una losanga cicatriziale, nella U.O. di Chirurgia della USL Associazione Intercomunale N° 9 – Area I****y e l’esame istologico venne condotto nell’U.O. di Anatomia e Istologia Patologica della stessa USL. La diagnosi formulata dall’ Anatomia Patologica di Prato fu di “Nevo intradermico a cellule chiare (recidivo)”. Di interesse risulta la descrizione nella richiesta dell’esame, alla voce “materiale inviato”: “Escissione di vecchi a cicatrice (pregressa escissione di nevo cutaneo) con presenza di tumefazione pigmentata recidiva “. Anche in questo caso le dimensioni della lesione melanocitaria misurata sul preparato istologico, risultava di 0,5 cm di diametro massimo. Si trattava, in realtà, di ” Neoplasia melanocitaria amelanotica costituita in prevalenza da cellule chiare atipiche con nucleo indentato ed in minor misura da cellule balloniformi con nucleo periferico (ad anello con sigillo) prive di granuli intra -citoplasmatici PAS – pos itivi. …In tale evenienza, pur essendo più marcate le caratteristiche della neoformazione melanotica, la lesione venne misconosciuta con l’ aggravante di un basso indice di sospettabilità clinica , trattandosi di una “recidiva locale”. Anche in questo caso la diagnosi di melanoma, pur priva di raffinatezze sotto -tipologiche non ancora codificate all’epoca, doveva essere avanzata, sia per l’epidermo -tropismo degli elementi giunzionali che mostravano atipie citologiche di grado moderato, sia per la relativa asimmetria della proliferazione melanocitaria, sia per gli aspetti regressivi in questo contesto ed, infine, perché la cute della coscia rappresenta la sede elettiva di insorgenza di melanoma maligno nella donna. …

C) Dopo ulteriori cinque anni, nel giugno del 1993, una ulteriore neoformazione si ripresentò nella stessa sede della coscia sx. Anche questa lesione venne asportata, il 10/06/93, nella medesima U.O. di Chirurgia di Prato ed esaminata nella medesima struttura di Anatomia Patologica con il referto: “Melanoma nodulare con isolati aspetti balloniformi. Spessore massimo sec. Breslow 2,3 mm, III livello di Clark”. Si trattava di un “Melanoma maligno in fase di crescita verticale (sec. Elder) tumorigena. La diagnosi, questa volta corretta, viene formulata con almeno 10 anni di ritardo rispetto a quanto sarebbe stata esigibile. In questa terza indagine istopatologica, finalmente corretta, si rileva, tuttavia, una formulazione diagnostica più attinente al tipo tumorale primitivo, prognosticamente più favorevole, piuttosto che ad una reiterata recidiva, come si evince anche dal fatto che nessuna revisione retrospettiva del materiale dei precedenti interventi risulta esperita. Il trattamento chirurgico a seguito di quest’ultima diagnosi finalmente corretta, può ritenersi adeguato . …. A tale proposito viene da chiedersi se l’intervento chirurgico di allargamento eseguito nel 1998 fosse rispondente alle esigenze di radicalità, in riferimento alle linfoghiandole tributarie nella sede inguinale omolaterale (sx). Si rileva che all’epoca non risultavano descritti ingrossamenti linfoghiandolari nella sede inguinale e che ancora non era in uso la pratica dell’asportazione del ” linfonodo sentinella” . Vigeva, invece, la prospettiva di associare all’exeresi allargata la rimozione dell’intero pacchetto linfonodale tributario, nell’illusoria convinzione di conseguire una bonifica efficace sia della sede di insorgenza del melanoma e s ia della prima via di diffusione linfoghiandolare, incrementando in maniera decisiva le “chances” di sopravvivenza della paziente nel lungo periodo “.

Riassumendo, quindi, la prima manifestazione del melanoma, in fase non avanzata, per insufficiente escissione ha prodotto una recidiva locale dopo 5 anni ed un’ulteriore recidiva dopo altri 5 anni e, dopo l’allargamento tissutale nella sede tumorale, si realizzava una metastasi unica nel pacchetto linfoghiandolare inguinale.

Dopo l’intervento linfoghiandolare inguinale la paziente è sopravvissuta per 10 anni , fino al decesso per melanoma maligno plurimetastatico.

Ergo, se la diagnosi corretta fosse stata formulata subito nel 1983 in occasione del primo intervento, e si fosse proceduto all’allargamento dell’exeresi chirurgica, le probabilità di sopravvivenza sarebbero state più elevate.

Può difatti affermarsi che il ritardo diagnostico ha concretamente realizzato un rilevante peggioramento della qualità di vita della paziente, anche per la consapevolezza di aver vissuto per 10 anni con una neoplasia maligna per diagnosi non corrette, gravata dalla frustrazione per l’inattività terapeutica che avrebbe potuto persino evitare l’esito letale.

I CTU hanno valutato che il ritardo diagnostico di melanoma del 1983 ha comportato una perdita delle probabilità di sopravvivenza valutabile dall’80 al 90%, mentre tale perdita nel 1988 è stimabile orientativamente nella misura e in un range dal 70 all’80%.

Ebbene, in materia di perdita di chance bisogna tenere distinta la dimensione della causalità da quella dell’evento di danno e valutare il grado di incertezza dell’una e dell’altra, muovendo dalla previa e necessaria indagine sul nesso causale tra la condotta e l’evento.

Quindi, con riferimento ad entrambe le diagnosi del 1983 e del 1988, le probabilità che una differente condotta dei sanitari avrebbe impedito il decorso infausto della patologia sono nettamente superiori alla ipotesi contraria, nell’ordine del 80 -90 % in riferimento al primo o e del 70 -80%, in relazione al secondo.

Il danno ai congiunti viene liquidato in euro 377.753,00 a titolo di danno biologico riportato dalla paziente, a titolo di danno da perdita del rapporto parentale euro 176.600,.00 per ciascun figlio, euro 2714.587,60 per il marito ed euro 169.165,57 per il genitore.

Le convenute vengono inoltre condannate in solido al pagamento della somma di euro 12.200,00 a titolo di danno patrimoniale per spese sostenute, e al pagamento di euro 27.252,00 a titolo di spese processuali, oltre spese di CTU.

Avv. Emanuela Foligno

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