L’Associazione avvocatura degli infermieri denuncia una situazione di caos in alcune strutture sanitarie lombarde legata all’emergenza coronavirus, inviando una diffida a prefetto di Milano e direttori generali

Nuova diffida dell’Aadi, l’Associazione tutela il diritto del lavoro e della salute degli Infermieri sul territorio italiano, legata all’emergenza coronavirus. Questa volta a finire nel mirino delle organizzazione sono alcune strutture sanitarie lombarde, a causa delle mancanza di presidi medico-chirurgici protettivi e di protocolli/linee guida per l’approccio ai pazienti con Covid-19.

Il caos che regna nei servizi di accoglienza e di cure (DEA e reparti di degenza) – scrive il presidente Mauro Di Fresco nelle missiva inviata al Prefetto di Milano e ai direttori generali dei presidi ospedalieri interessati – non permette, infatti, agli infermieri di seguire protocolli ben definiti e ciò causa, purtroppo, promiscuità tra pazienti non infetti (che si presentano al pronto soccorso per altre problematiche) e pazienti potenzialmente infetti che mostrano il quadro sintomatologico compatibile con il coronavirus.

Questa infezione – prosegue Di Fresco – pare venga troppo spesso sfruttata per giustificare abusi che però tuttora, la normativa sanziona e che non possono, quindi, essere tollerate altrimenti.

La direzione sanitaria di un ospedale romano, a causa di una paziente positiva al coronavirus, proprio ieri sera ha chiamato al telefono gli infermieri operanti in questo reparto per comunicargli che avrebbero dovuto sospendere il servizio di assistenza e avrebbero dovuto isolarsi in casa; tutto ciò telefonicamente e senza assumersi alcuna responsabilità, tanto che non è neppure possibile tracciare l’origine di tale imposizione d’ufficio.

Stiamo considerando, nella fattispecie, soprattutto gli infermieri ed infermiere genitori con bambini piccoli o neonati ovvero con parenti conviventi anziani e particolarmente defedati o ad elevato rischio infettivo come i broncopatici, i cardiopatici, i diabetici e gli immunodepressi in genere; eppure da parte del governo si pretende esclusivo spirito missionario, dimenticando che questi sono professionisti.

Molte aziende denuncia ancora l’Aadi – resistono addirittura al legittimo riconoscimento dell’indennità di malattie infettive che, seppur misera, avrebbe comunque effetto deflattivo sull’animosità che in queste ore sta crescendo sull’emarginazione e mortificazione professionale del personale infermieristico e, soprattutto, sul valore sociale che il governo attribuisce a questa professione.

“Ci saremmo aspettati – afferma ancora il presidente – un riconoscimento economico indennitario almeno pari a quello che percepiscono i colleghi di malattie infettive e non certo un umiliante rifiuto categorico. Si sommi a questo trattamento anche l’assenza di dispositivi di protezione che rende ancor più riluttante l’azione e l’interesse governativo verso chi si prodiga per la vita e la salute dei cittadini”.

Non si comprende – denuncia l’Associazione – per quale motivo le aziende ospedaliere stiano agendo nel silenzio più assurdo e senza lasciare traccia degli isolamenti imposti agli infermieri, né si comprende per quale motivo non aiutino le famiglie composte da genitori infermieri che, rientrati in servizio, non sanno a chi affidare i propri figli minori (considerando la frettolosa ed inopportuna chiusura delle scuole senza provvedere un sostegno sostitutivo). Non si comprende neppure quale tipo di mascherine debbano indossare, quando debbano indossarle e per quanto tempo; fatto sta che le mascherine sono pochissime e vengono indossate fino a quando si lisano per la troppa umidità assorbita nella fase espiratoria.

L’Aadi ricorda, quindi, come l’art. 2087 C.C. imponga al datore di lavoro di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, siano necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. “Non appare, a questa Associazione, che delle mascherine possano essere considerate presidi impegnativi ed esosi che non possono essere affrontati dalle amministrazioni pubbliche per tutelare la salute di chi sta offrendo la propria vita e le proprie capacità per il bene collettivo”.

Sulla basi di tali motivi e per far fronte all’emergenza coronavirus si invita quindi chi di dovere a fornire, tempestivamente, tali mezzi di protezione e a istruire un tavolo tecnico per emanare direttive organizzative specifiche, utili a sostenere, di volta in volta, il personale profuso in prima linea alle cure dei pazienti infettati e bisognosi di assistenza.

Leggi anche:

CORONAVIRUS, AADI: MANCANO MEZZI DI PROTEZIONE PER INFERMIERI

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui