In corso a Brescia il procedimento a carico di due dottoresse finite a giudizio per la morte di una donna dovuta a una emorragia dopo l’ingestione di un corpo estraneo

E’ in corso a Brescia il processo che vede indagate due dottoresse accusate di omicidio colposo per il decesso di una donna morta per una emorragia dopo l’ingestione di un corpo estraneo.

La signora, nello specifico, si era presentata in Pronto soccorso a Chiari il 19 ottobre del 2014, sospettando che le fosse rimasto qualcosa incastrato in gola. Quel qualcosa, come appurato successivamente, era il frammento di un ossicino di 4 millimetri che aveva mangiato a cena assieme ad altri pezzi di spiedo e che si era incastrato tra l’aorta e l’esofago, perforandoli entrambi.

Dopo pochi giorni la donna si era recata nuovamente in ospedale, con dolori più forti, e avrebbe iniziato a vomitare sangue. Era stata trasferita in elisoccorso all’ospedale di Bergamo dove era rimasta quattro mesi, subendo due operazioni: una per la deviazione dell’esofago, l’altra per la sutura dell’aorta lesionata dall’ossicino. Nonostante tali interventi, però, era morta nel marzo del 2015.

La Procura del capoluogo lombardo aveva quindi aperto un’inchiesta sul caso, sfociata nel rinvio a giudizio dei due camici bianchi che visitarono la paziente in occasione dei due accessi in Pronto soccorso.

Secondo il sostituto procuratore titolare del fascicolo i medici non avrebbero dovuto dimettere la paziente, oltre ad essere responsabili di una serie di negligenze.

Di tutt’altro avviso i consulenti nominati dalle difese, secondo i quali – come riferisce il Corriere della Sera – le professioniste avrebbero agito correttamente e secondo le linee guida. A loro avviso, lo svolgimento di esami invasivi, come una gastroscopia “avrebbero addirittura peggiorato il quadro clinico”. Inoltre, “la totale remissione del dolore, che peraltro non era costante, dopo l’assunzione di un farmaco inibitore (dopo il consulto con un chirurgo) faceva supporre allo spostamento del corpo estraneo” e alla risoluzione del problema. La paziente, quindi, sarebbe stata dimessa “con tutti i parametri clinici nella norma e nessun altro sintomo”; in particolare, “nulla faceva pensare alla permanenza del corpo estraneo né tantomeno alla perforazione dell’aorta”.

Infine, per gli esperti di parte, sarebbero da ritenere “sintomi aspecifici” il calo di emoglobina di due punti percentuali e le palpitazioni, su cui fa invece leva la pubblica accusa. In conclusione, per i periti della difesa quanto accaduto sarebbe un “caso rarissimo e sfortunato, frutto di complicanze non riconducibili alle prestazioni fornite dalla dottoresse di prima emergenza, che furono corrette”.

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