In caso di precedente errore diagnostico di un ictus ischemico, l’ASL risarcisce il paziente solo nella misura in cui tale errore abbia concretamente aggravato la patologia

La vicenda

Nel 2005 l’attore convenne in giudizio ASL e Ospedale dinanzi al Tribunale di Campobasso, chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti in conseguenza dell’errore diagnostico e di omessa cura di un ictus ischemico cerebrale, rispettivamente in occasione del primo ricovero nella prima struttura e poi in quello successivo, nella seconda.

Si costituirono in giudizio le due convenute chiedendo il rigetto della domanda e comunque chiamando in causa le rispettive compagnie assicurative da cui essere garantite in caso di accertamento di responsabilità. In primo grado il Tribunale di Campobasso accolse la domanda nei confronti della prima struttura convenuta determinando la responsabilità a carico della stessa nella percentuale del 20% e limitando il risarcimento al solo danno patrimoniale. Respinse invece la domanda nei confronti dell’altra ASL.

Il giudizio di secondo grado

La decisione fu confermata dalla Corte d’Appello di Campobasso. In particolare i giudici della corte territoriale giudicarono esente da responsabilità la seconda struttura convenuta per le seguenti ragioni:

  • innanzitutto, secondo il CTU la terapia da eseguire nei casi i ischemia cerebrale, per essere efficace, deve eseguita nelle prime tre ore dal manifestarsi dell’ischemia stessa;
  • nel caso di specie il paziente era giunto presso l’Ospedale solo due giorni dopo, quando ormai si era esaurita la fase acuta della patologia e se ne erano stabilizzati i postumi.

Il Tribunale, quindi, recependo le valutazioni del CTU, aveva escluso l’incidenza causale nella produzione dell’aggravamento dell’invalidità dell’errore diagnostico commesso dall’ospedale.

Alla base della decisione, il dato decisivo che quest’ultimo fosse giunto in quel nosocomio dopo i due pregressi giorni di ricovero presso l’altra struttura, allorché si era ormai esaurita la fase acuta della patologia.

Secondo la corte di merito tale dato decisivo non era stato contestato in alcun modo dal danneggiato, il quale si era invece limitato a lamentare la erronea somministrazione da parte dei sanitari del farmaco (senza peraltro allegare quale sarebbe stato il dosaggio di tale farmaco e la corretta durata della sua somministrazione e quali quelli in concreto attuati, onde consentire al giudicante di vagliare l’eventuale erroneità dell’operato dei medici) e la mancata adozione dell’accorgimento della mobilizzazione precoce del paziente (che invece era stata praticata).

Quanto alla determinazione della percentuale di responsabilità dell’ASL, la Corte aveva disatteso le critiche mosse alla sentenza di primo grado sotto il profilo motivazionale, evidenziando che il Tribunale aveva aderito sul punto alla valutazione effettuata dal CTU, secondo il quale “un idoneo trattamento farmacologico riabilitativo attuato tempestivamente avrebbe consentito, nella generalità dei casi analoghi, di contenere i postumi invalidanti in misura apprezzabilmente inferiore, con un aggravamento direttamente correlato all’errore diagnostico stimabile, sulla base di un criterio probabilistico, nella misura del 20%”.

E da ultimo, con riferimento al danno patrimoniale, la Corte d’appello aveva condiviso la decisione di rigetto assunta dal primo giudice, evidenziando che l’incapacità di continuare a svolgere l’attività lavorativa di falegname o altre similari per il paziente, si sarebbe comunque prodotta anche se la diagnosi e la terapia corretta fossero intervenute tempestivamente, tenuto conto della rilevante incidenza dei postumi direttamente riconducibili alla patologia ischemica (in misura pari al 45%).

Ebbene, la Corte di Cassazione (Terza Sezione Civile, sentenza n. 514/2020) ha confermato la pronuncia della corte territoriale ribadendo i seguenti i seguenti principi di diritto:

1) lo stato anteriore di salute della vittima di lesioni personali può concausare la lesione, oppure la menomazione che da quella è derivata;

2) la concausa delle lesioni è giuridicamente irrilevante sul piano della causalità materiale;

3) la menomazione preesistente può essere concorrente o coesistente col maggior danno causato dall’illecito;

4) saranno “coesistenti” le menomazioni i cui effetti invalidanti non mutano per il fatto che si presentino sole od associate dal altre menomazioni, anche se afferenti i medesimi organi; saranno, invece, “concorrenti” le menomazioni i cui effetti invalidanti sono meno gravi se isolate, e più gravi se associate ad altre menomazioni, anche se afferenti ad organi diversi;

5) le menomazioni coesistenti sono di norma (e salvo specificità del caso concreto) irrilevanti ai fini della liquidazione; né può valere in ambito di responsabilità civile la regola sorta nell’ambito dell’infortunistica sul lavoro, che abbassa il risarcimento sempre e comunque per i portatori di patologie pregresse – con la conseguenza che la relativa liquidazione partirà dal valore 0 della tabella delle invalidità;

6) le menomazioni concorrenti vanno di norma tenute in considerazione:

a) stimando in punti percentuali l’invalidità complessiva dell’individuo (risultante, cioè, dalla menomazione preesistente più quella causata dall’illecito) e convertendola in denaro;

b) stimando in punti percentuali l’invalidità teoricamente preesistente all’illecito e convertendola in denaro: lo stato di invalidità anteriore al sinistro dovrà essere però considerato pari al 100% in tutti quei casi in cui le patologie pregresse di cui il danneggiato era portatore non gli impedivano di condurre una vita normale;

c) sottraendo l’importo (b) dall’importo (a), partendo peraltro, e diversamente che nel caso sub 5), dal valore (b): ad esempio, rispetto ad una invalidità del 65% e ad un corrispondente accertamento di una invalidità pregressa del 45%, il giudice liquiderà un valore monetario pari al 20%, partendo, come base di calcolo, dal valore tabellare corrispondente al 45%;

La decisione

7) resta imprescindibile il potere-dovere del giudice di ricorrere all’equità correttiva ove la rigida applicazione del calcolo che precede conduca, per effetto della progressività delle tabelle, a risultati manifestamente iniqui per eccesso o per difetto.

Ebbene, nel caso in esame, poiché il danno cagionato dalla condotta dei sanitari era rappresento dalla perdita della integrità di circa il 45% al 65%, correttamente la decisione impugnata aveva escluso dalle conseguenze risarcibili la perdita della capacità lavorativa specifica del paziente, che si sarebbe prodotta già solo per via dei postumi invalidanti dell’ischemia, anche in assenza di errore medico.

In definitiva il ricorso è stato rigettato e confermata la decisione della corte territoriale.

La redazione giuridica

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