Annullata senza rinvio la condanna inflitta a un imprenditore per il reato di evasione fiscale: la Cassazione ha accolto le censure della difesa secondo cui le operazioni di versamento e di prelievo sui conti correnti bancari dell’imputato, sebbene rimaste “prive di giustificazione”, da sole non provano il reato

Un imprenditore aveva proposto ricorso per l’annullamento dell’ordinanza con la quale la Corte d’appello di Bologna lo aveva condannato a otto mesi di reclusione per il reato di evasione fiscale di cui all’art. 5 d.lgs. n. 74 del 2000.

L’entità dell’imposta evasa, ai fini dell’accertamento del dato relativo al superamento del cd. valore soglia era stata determinata in base ai seguenti elementi di prova: a) tutte le fatture attive emesse nell’anno di riferimento, tanto quelle registrate quanto quelle non registrate; b) le operazioni di versamento e di prelievo sui conti correnti bancari dell’imputato rimaste priva di giustificazione e non collegabili agli importi delle fatture. Dalla somma di tali dati era stato ottenuto l’importo di 309.500 euro corrispondente ai ricavi induttivamente accertati dall’Agenzia delle Entrate. Da tale importo era stato detratto quello di 59.200 euro corrispondente ai costi sostenuti nel medesimo anno di imposta, con conseguente determinazione dell’imponibile nella misura di 250.300 euro e dell’imposta dovuta (ed evasa) in quella di 100.800 superiore al valore soglia.

Secondo la difesa il Tribunale non aveva offerto elementi in grado di contrastare tale conclusione né in sede amministrativa né in sede penale.

La Corte di Cassazione (Terza Sezione Penale, sentenza n. 9887/2020) ha accolto il ricorso. “Il caso di specie – hanno affermato gli Ermellini – si caratterizza in primo luogo, per una decisa genericità della motivazione della sentenza di condanna che, negligendo un più approfondito esame degli indicatori di una capacità contributiva il più possibile corrispondente al vero, ha piuttosto utilizzato, in modo robusto, le presunzioni derivanti dall’applicazione dell’art. 32, comma 1, n. 2 d.P.R. n. 600 del 1973, ed in particolare quella secondo la quale i versamenti ed i prelievi non giustificati sono considerati ricavi, e gli indicatori presuntivi di reddito derivanti dalla applicazione degli studi di settore.

L’appello devolveva due questioni: a) la possibilità di ricorrente in sede penale alle presunzioni tributarie al fine di quantificare l’imponibile e l’imposta evasa in modo astratto ed automatico, senza alcun riferimento a dati specifici e concreti; b) la possibilità di imputare a ricavi i versamenti e i prelievi effettuati sui conti correnti.

La pronuncia della Cassazione

In altre parole, l’appello sollecitava una riflessione più giuridica che fattuale circa la correttezza del metodo utilizzato dal primo giudice che, nel determinare l’imponibile e l’imposta evasa, aveva fatto carico all’imputato di fornire la prova contraria ai valori desumibili dall’applicazione delle presunzioni tributarie.

In questo senso l’appello non poteva dirsi generico poiché si confrontava certamente con la ratio decidenti della sentenza impugnata chiedendone una revisione basata prima ancora sulla correttezza del criterio di giudizio utilizzato per la condanna che su fatti precisi.

Per queste ragioni, l’ordinanza è stata annullata senza rinvio e, poiché, nelle more il reato di evasione si era estinto per prescrizione, è stata annullata anche la sentenza di condanna.

La redazione giuridica

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