Trattandosi di neoplasia maligna, l’evoluzione sarebbe stata la stessa, sia che si fosse eseguita agobiopsia, sia nel caso che non si fosse scelta tale opzione (Tribunale di Foggia, sentenza n. 997 del 16 luglio 2020)

La paziente cita a giudizio dinanzi il Tribunale di Foggia, il Medico e la Struttura sanitaria di S. Giovanni Rotondo onde vedere accertati e risarciti i danni subiti conseguenti all’intervento chirurgico di exeresi di nodulo alla mammella SX.

La paziente deduce che: nel 2011 a seguito di un controllo ecomammografico veniva accertato l’aumento di volume del nodulo al QSE della mammella sx, con invito ad eseguire una biopsia; in data 9.1.2012 si sottoponeva a visita privata specialistica con il Medico convenuto a giudizio che diagnosticava un fibroadenoma in crescita e consigliava l’asportazione del nodulo in anestesia locale, non attribuendo alcuna rilevanza alla presenza anche di un linfonodo ascellare sinistro di cui l’attrice lo aveva informato.

In data 20.01.2012 veniva sottoposta in anestesia locale con sedazione a exeresi di nodulo e posizionamento di drenaggio, non preceduto da alcun esame tecnico – strumentale (ago – aspirato), con dimissioni il giorno seguente.

In data 16.02.2012 il Medico convenuto comunicava la natura maligna del nodulo, risultante dall’esame istologico e la necessità di sottoporsi ad ulteriori interventi chirurgici; avendo perso fiducia nell’operato del Medico si rivolgeva alla Senologia dell’ospedale San Filippo Neri di Roma, avendo cura di richiedere la cartella clinica, dalla quale a pag. 3 la parola “fibroadenoma” risultava cancellata e sostituita dalla dicitura “K mammella sinistra” con successiva modifica del codice ICD9 – CM; presso la predetta struttura veniva sottoposta a chemioterapia per 6 cicli con Taxotere, terminata il 17.07.2012 e, successivamente, ad un intervento di Mastectomia skin reducing con linfadenectomia ascellare sinistra e mastopessi riduttiva contro laterale con esito istologico di “Metastasi a 4 su 14 linfonodi ascellari senza residui neoplastici mammari”.

La causa viene istruita attraverso prove testimoniali, interpello e due CTU Medico-Legali.

Il Tribunale, premettendo che la disciplina di cui alla Legge Gelli-Bianco è inapplicabile alla vicenda poiché i fatti sono più risalenti, svolge una imponente e articolata disamina sulla evoluzione giurisprudenziale della responsabilità medica.

Svolta tale panoramica, viene dato atto che la responsabilità gravante sulla Struttura sanitaria è di natura contrattuale e vengono indicati gli oneri delle parti di allegazione e prova.

Nel merito il Tribunale osserva che le censure mosse dalla paziente all’operato del Medico riguardano l’omessa/non corretta diagnosi e l’effettuazione di un inutile intervento chirurgico, senza preventivo esame tecnico- strumentale (ago-aspirato) .

Tuttavia, la paziente non ha indicato i danni di cui chiede il ristoro e, soprattutto, se essi si pongano in rapporto di causalità con i profili di inadempimento lamentati.

L’attrice ha richiesto il risarcimento del danno patrimoniale, non patrimoniale, morale, biologico ed esistenziale, limitandosi a descrivere un danno biologico derivante da un grave stato depressivo tutt’ora in trattamento presso uno Psicoterapeuta.

Ad ogni modo, anche le risultanze della CTU conducono al rigetto della domanda.

Il Tribunale, aderendo e facendo propria la seconda CTU, e dichiarando che la prima CTU è del tutto inaffidabile in quanto il Consulente non forniva risposta ai chiarimenti sollecitati, evidenzia che “il Consulente ha enucleato un addebito di colpa in capo al Medico, poiché al momento della visita cui si sottopose la paziente il 9 gennaio 2011, erano presenti sufficienti elementi, per immagini e clinici, che suggerivano, se non imponevano, il proseguimento dell’iter diagnostico mediante preventiva effettuazione di agobiopsia e non direttamente di prelievo bioptico per via chirurgica in intervento di day-surgery, chiarendo che se si fosse optato per questa condotta, ovvero agobiopsia, si sarebbe avuta certezza diagnostica circa la natura maligna della neoplasia e quindi si sarebbe evitato un duplice intervento chirurgico, il primo di asportazione del nodulo, che si supponeva benigno, il secondo in data successiva di mastectomia radicale, per l’asportazione del tumore maligno”.

“In ogni caso, l’evoluzione della patologia, trattandosi di neoplasia maligna sin dall’origine, sarebbe stata la stessa, sia che la ricorrente si fosse sottoposta ad agobiopsia, sia nel caso che non si fosse scelta la seconda opzione”.

Di talché viene escluso il nesso eziologico tra l’iter diagnostico terapeutico non corretto e i danni lamentati dalla paziente.

Il Tribunale sottolinea come il Consulente ha evidenziato che la sottoposizione ad un doppio intervento (il primo per asportazione del notulo ritenuto benigno; il secondo di mastectomia radicale per l’asportazione del tumore) e la perdita di fiducia nello specialista, che aveva ritenuto il nodulo mammario di natura benigna senza alcuna indagine laboratoristico -strumentale e la conseguente scelta di rivolgersi ad altra struttura sanitaria, “ha generato una situazione certamente stressante, che, purtuttavia, non ha dato luogo ad una franca e duratura patologia psichica documentata, come risulta dagli atti, ma piuttosto ad un disagio psicologico”.

Tuttavia, siccome l’attrice ha specificamente allegato solo un pregiudizio morale con fondamento medico- legale, in assenza di una documentazione medica che possa comprovare non solo la riconducibilità sul piano causale di detta patologia ai fatti di causa, ma finanche il suo concreto manifestarsi, secondo il Giudice “non vi è spazio per l ‘invocato ristoro in via equitativa del danno da stress” .

Ad ogni buon conto, il CTU ha escluso che “l’intervallo di tempo trascorso tra il primo intervento (nodulectomia) ed il secondo intervento (mastectomia) non è tale da aver potuto modificare in maniera significativa il quadro morfologico, anche dimensionale, della lesione”.

E che “la neoplasia diagnosticata, classificabile come T2N1MO, in base alle linee guida vigenti al momento della diagnosi, era trattabile con “tumorectomia o mastectomia totale + dissezione ascellare + terapia medica”….(..)..”la mastectomia totale, rispetto alla tumorectomia, è stata obbligata perché i margini di exeresi non erano indenni e perché nel parenchima contiguo erano già presenti numerose figure di linfangite neoplastica. Pertanto, la scelta chirurgica della mastectomia radicale ha rappresentato, nella fattispecie, l’unico atto operatorio possibile, con la conseguenza che non si sarebbero, comunque, verificati pregiudizi estetici diversi da quelli obiettivati”.

In conclusione, il Tribunale esclude qualsivoglia nesso causale tra la condotta del Medico e i danni lamentati e, conseguentemente, esclude qualsivoglia responsabilità anche in capo alla Struttura.

La domanda viene rigettata e la donna viene condannata al pagamento delle spese di giudizio del Medico liquidate in euro 7.254,00 e della Struttura liquidate in euro 7.254,00, oltre alle spese di CTU.

Avv. Emanuela Foligno

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