Respinta la pretesa risarcitoria dei familiari di un uomo che deducevano l’esposizione a fibre di amianto del proprio congiunto sul luogo di lavoro

Il Giudice del lavoro di Arezzo ha respinto la richiesta di risarcimento di oltre due milioni e mezzo di euro avanzata dai familiari di un lavoratore, morto asseritamente a causa dell’esposizione a fibre di amianto nel corso dell’attività lavorativa.

In base alla consulenza tecnica d’ufficio disposta dal Tribunale del capoluogo di provincia toscano, infatti, il decesso – come riporta il Corriere di Arezzo – non sarebbe riconducibile a mesotelioma pleurico, bensì a “carcinoma a piccole cellule della vescica”. Una patologia che “allo stato delle cognizioni attuali, non è riconducibile alla attività espletata dal defunto in qualità di dipendente della società resistente ”.

Secondo il perito incaricato, nello specifico, “mancano alterazioni caratteristiche che invece si dovevano in ogni caso apprezzare qualora si fosse trattato di un mesotelioma anche se a cellule fusate o desmoplastico”. Il lavoratore, dunque, pur soffrendo effettivamente di una affezione pleurica “non era affetto da mesotelioma” bensì da “asbestosi pleuro – polmonare da esposizione professionale ad amianto”.

“La disamina di testi di riferimento in ambito anatomo–patologico, di medicina del lavoro e medicina oncologica attribuisce al fumo di sigaretta la capacità di promuovere ed indurre quella neoplasia a livello polmonare, ma non si parla di amianto come agente responsabile di quella neoplasia a livello vescicale dove invece si richiama la capacità oncogena oltre che del fumo, di sostanze chimiche in uso industriale (amine e coloranti in particolare) per le forme a cellule transazionali”.

Secondo il giudice, pertanto, non risulterebbe accertato il nesso di causa ed effetto tra il lavoro svolto, l’esposizione all’amianto e la patologia rilevatasi mortale.

La redazione giuridica

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