Respinto il ricorso di un imputato, bloccato mentre si dava alla fuga dopo aver sottratto dei capi di abbigliamento da un negozio, che invocava l’errata qualificazione del reato ritenendo il furto solamente tentato

Confermata in Cassazione la condanna per furto aggravato di un uomo accusato di essersi impossessato di due paia di pantaloni e di una felpa esposti in vendita presso un negozio. L’addetto alla vigilanza dell’esercizio commerciale, come ricostruito dai Giudici del merito, osservando, dalle vetrate esterne, l’interno del negozio, si era accorto che l’imputato aveva prelevato alcuni capi di abbigliamento e li aveva nascosti all’interno della propria borsa per poi oltrepassare le casse senza effettuare alcun pagamento e senza far scattare l’allarme antitaccheggio, in quanto la borsa era “schermata”. Raggiunto dal vigilante e vistosi scoperto, l’uomo si era dato alla fuga ma era stato bloccato dopo pochi metri.

Nell’impugnare la decisione dei giudici del merito davanti alla Suprema Corte, l’imputato aveva denunciato la mancata riqualificazione del fatto da furto consumato a furto tentato. A suo avviso, infatti, egli non aveva mai acquisito una autonoma disponibilità sui beni sottratti in quanto aveva agito sotto il diretto controllo dell’addetto alla sicurezza, il quale, in un primo momento, lo aveva fermato e poi lo aveva nuovamente “bloccato” unitamente ad “un altro vigilante ragionevolmente allertato”.

I Giudici Ermellini, tuttavia, con la sentenza n. 23554/2020, hanno ritenuto inammissibile la doglianza del ricorrente per manifesta infondatezza alla luce dei principi consolidati della giurisprudenza di legittimità.

La Corte di appello aveva infatti correttamente ritenuto che il reato fosse giunto a consumazione in quanto “il punto di osservazione dell’addetto alla sicurezza non gli avrebbe consentito di intervenire in qualunque momento per bloccare l’azione criminosa”. Inoltre l’imputato, anche se per un breve tratto, era fuggito “assicurandosi per qualche istante il dominio esclusivo sulla cosa”.

La giurisprudenza della Suprema Corte ha stabilito che “in caso di furto in supermercato, il monitoraggio della azione furtiva in essere, esercitato mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce ovvero attraverso la diretta osservazione da parte della persona offesa o dei dipendenti addetti alla sorveglianza ovvero delle forze dell’ordine presenti nel locale ed il conseguente intervento difensivo “in continenti”, impediscono la consumazione del delitto di furto che resta allo stadio del tentativo, non avendo l’agente conseguito, neppure momentaneamente, l’autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo del soggetto passivo”.

Ne consegue che il reato non può ritenersi consumato allorché l’autore del furto non abbia acquisito il possesso della refurtiva; l’impossessamento postula il conseguimento, sia pure momentaneo, della signoria del bene sottratto, intesa come piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva da parte dell’agente; la concomitante vigilanza, attuale e immanente, della persona offesa (o di un addetto alla sicurezza) e l’intervento esercitato in continenti a difesa della detenzione del bene materialmente appreso, ma ancora non uscito dalla sfera del controllo del soggetto passivo, ostano alla consumazione del reato e circoscrivono la condotta delittuosa nell’ambito del tentativo; il furto giunge a consumazione nel momento in cui si realizza una completa rescissione (anche se istantanea) della signoria che sul bene esercitava il detentore.

Nel caso in esame – sottolineano dal Palazzaccio –  l’imputato, fermato dal vigilante, si era dato alla fuga sicché in quel momento il reato era giunto a consumazione, perché il detentore aveva perduto la signoria sul bene.

Poco rileva che il possesso, così conseguito dall’agente, abbia avuto una durata molto limitata; quel che importa è che nell’attimo in cui l’imputato si era dato alla fuga, portando con sé i capi di abbigliamento sottratti, la merce era uscita dalla sfera di controllo del soggetto passivo per entrare nella disponibilità autonoma dell’imputato.

Invero – conclude la Cassazione – il criterio distintivo tra consumazione e tentativo risiede nella circostanza che l’imputato consegua, anche se per breve tempo, la piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva. In tal senso, ai fini della configurazione dell’autonoma disponibilità della cosa, che segna il momento acquisitivo a cui l’impossessamento è funzionale, “non rileva il dato temporale ex se, essendo sufficiente che l’agente abbia conseguito anche solo momentaneamente l’esclusiva signoria di fatto sul bene, assumendo, invece, decisivo rilievo la effettiva concretizzazione del rischio di definitiva dispersione, anche se questa non si sia, di fatto, realizzata per l’intervento di fattori causali successivi ed autonomi”. In altri termini, “l’agente acquisisce l’autonoma disponibilità della cosa sottratta — e la fattispecie si realizza in forma consumata — solo quando il soggetto passivo del reato ne perda, correlativamente, la detenzione, anche mediata attraverso forme indirette di vigilanza e custodia”.

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