La vicenda che si esamina riguarda la individuazione dei profili di responsabilità del medico anestesista e dell’infermiere (Cass. Pen., Sez. III, Sentenza n. 36730 del 8 ottobre 2021)

Tribunale e Corte d’Appello affermano la penale responsabilità di entrambi i sanitari, ritenendoli responsabili dell’evento subìto dal paziente. La Corte di Cassazione, investita del ricorso, conferma la responsabilità dell’infermiere e annulla con rinvio la posizione del Medico anestesista perché non si era fatta corretta applicazione del principio cardine introdotto dalla Legge Balduzzi secondo cui : ”In caso di conformità della condotta alle linee guida, la responsabilità del sanitario sussiste soltanto se il grado della colpa che l’ha sorretta è superiore a quello lieve”.

In buona sostanza, se le linee guida sono rispettate, il discrimine è dato dal grado della colpa.

In sede di rinvio il Giudice d’Appello riformava la sentenza di condanna e pronunciava proscioglimento per intervenuta prescrizione, non ritenendo evidentemente di dover ravvisare l’evidenza della prova dell’innocenza dell’imputato.

Con sentenza n. 8080 del 2017 la IV Sezione della Corte di Cassazione annullava con rinvio la sentenza con la quale la Corte di Appello di Catania aveva confermato la sentenza emessa in data 23 aprile 2014 dal Tribunale di Catania e con la quale era stata dichiarata la penale responsabilità dell’Infermiere e del Medico Anestesista in relazione al reato di lesioni colpose gravissime, e la Azienda ospedaliera, in qualità di terzo responsabile civile.

La Corte di legittimità, rigettato il ricorso dell’Infermiere e quello del responsabile civile, in relazione alle cui posizioni, pertanto, le rispettive condanne sono divenute definitive, ha invece annullato, con rinvio, l’affermazione della penale responsabilità del Medico, e la conseguente condanna di questo, avendo rilevato che in sede di merito non si era fatta corretta applicazione della L. Balduzzi che, all’art. 3, limita la responsabilità del soggetto esercente l’attività sanitaria che si sia attenuto alle linee guida e alle buone pratiche accreditate presso la comunità scientifica ai soli casi in cui la sua condotta, se colposa, esuli rispetto al parametro della colpa lieve, e ciò sia che l’addebito abbia ad oggetto una condotta di tipo imperito, sia che lo stesso abbia ad oggetto una condotta non improntata alla doverosa diligenza del sanitario.

I Giudici del merito, nel valutare il grado di diligenza proprio della condotta del Medico e la rispondenza di esso ai protocolli ed alle buone prassi, non hanno tenuto conto della differente ripartizione dei compiti che caratterizzerebbe le mansioni del medico e dell’infermiere nelle due fasi postoperatorie rispettivamente del risveglio dalla sedazione e dalla anestesia del paziente, fase nella quale i compiti di sorveglianza e verifica dello stato di salute del paziente stesso sono affidati al sanitario anestesista – e del recupero – fase nella quale il medico anestesista svolge, invece, solo una funzione di supervisione dei compiti di assistenza e controllo che sono, in essa, affidati principalmente al personale infermieristico, salvo prontamente intervenire ove, avvisato dal tale personale, gli sia riferito il palesarsi di problematiche intervenute a carico della salute del paziente.

La Corte territoriale non avrebbe adeguatamente verificato il rispetto delle linee guida e della buone prassi da parte dell’Anestesista evenienza che avrebbe imposto, ove riscontata positivamente, la valutazione a carico del medico della responsabilità solo in caso di condotta gravemente colposa, essendosi, invece, limitata la Corte d’Appello ad affermazioni generiche circa la perdurante sussistenza dell’obbligo della sorveglianza da parte del medico anche durante la fase del recupero, obbligo che sarebbe sovrapponibile, secondo la tesi formulata in sede di merito a quello gravante, in tale fase sull’infermiere, essendo invece ragionevole ritenere, che nella fase del recupero l’obbligo di sorveglianza gravi prioritariamente sull’infermiere.

L’Infermiere si allontanava dal paziente e non si accorgeva tempestivamente dell’arresto cardiaco del paziente.

Con sentenza emessa nel giudizio di rinvio in data 25 giugno 2020 la Corte di riformava la sentenza del Giudice di primo grado e dichiarava il proscioglimento del Medico dal reato a lui ascritto per intervenuta prescrizione.

In particolare, la Corte di rinvio, ha osservato che l’avere correttamente assolto alla fase di risveglio del paziente non ha esaurito i compiti del sanitario rispetto alla successiva fase del recupero, tanto più ove siano considerati i possibili effetti collaterali dell’anestetico, idonei a determinare le gravissime conseguenze verificatesi a carico del paziente.

Proprio da tale rilievo la Corte territoriale ha fatto derivare la gravità della colpa del Medico il quale si è allontanato dal paziente senza accertarsi che l’infermiere si fosse trattenuto e senza avergli fornito le opportune indicazioni sul da farsi in caso di insorgenza di eventi avversi.

Il Medico imputato non ha svolto il ruolo di supervisore che le linee guida affidano al medico durante la fase del recupero del paziente successivo alla cessazione dell’effetto principale dell’anestetico.

Il Medico viene prosciolto dall’imputazione per la intervenuta prescrizione del reato a lui contestato.

Avverso la sentenza della Corte di rinvio lo stesso proponeva ricorso per cassazione affidando le proprie rimostranze a tre motivi di impugnazione, volti a dimostrare che vi era la evidenza della prova della sua innocenza e che, pertanto, andava assolto nel merito e non prosciolto per la mera prescrizione del reato a lui contestato.

Il ricorso viene ritenuto fondato.

Accertato il rispetto da parte del Medico delle “linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica”, avrebbe dovuto la Corte di merito verificare se nel comportamento concretamente tenuto da costui fossero ravvisabili profili di colpa grave, in quanto solo la presenza di essi, lungi dal graduare -come è la regola – la responsabilità dell’agente, si pone come elemento di discrimine fra la condotta penalmente rilevante e quella, invece, non significativa.

La Corte territoriale, ha ribadito che nella fase del recupero del paziente vi sia una concorrente responsabilità a titolo di vigilanza sull’andamento di essa, del medico anestesista, vigilanza cui il ricorrente si sarebbe sottratto, in quanto lo stesso si sarebbe allontanato dal luogo ove si trovava il paziente “senza accertarsi che l’infermiere fosse rimasto in sala e senza avere indicato al medesimo direttive sul da farsi in caso di insorgenza di problematiche”.

Ha aggiunto la Corte di merito che, neppure avrebbe rilevanza la verifica se tale comportamento del B. fosse o meno tale da integrare gli estremi della “colpa grave”, posto che con tale sua condotta lo stesso si sarebbe discostato dalle linee guida e dalle buone prassi, non avendo egli svolto il ruolo di supervisore che le stesse linee guida affidano al medico anestesista nella “fase di recupero”.

Tale motivazione è censurabile.

In base alle linee guida ed al protocollo operativo ospedaliero, la “fase di risveglio” del paziente è affidata alle esclusive cure del medico anestesista, quella, successiva, definita “di recupero” è affidata prioritariamente alla attenzione del personale infermieristico.

L’infermiere deve sorvegliare, in prima battuta, il decorso delle condizioni del paziente, verificare il corretto andamento e allertando il personale medico, che, perciò, deve garantire non la presenza fisica, ma la immediata reperibilità ed il rapido intervento, ove, invece, si realizzino delle condizioni di anomalia rispetto a tale andamento.

Come emerso dall’accertamento dei fatti, l’Infermiere contravvenendo ai suoi compiti di sorveglianza del decorso del paziente, si è allontanato dal capezzale del paziente disinteressandosi del decorso post-operatorio, alla cui sorveglianza egli era preposto, e non avvedendosi, pertanto, dell’arresto cardiocircolatorio cui era andato incontro, tanto che di ciò si è accorta una altra infermiera che ha, appunto, sollecitato l’intervento del medico.

L’attività di supervisione del Medico nella fase di recupero non richiede la costante presenza del sanitario lì dove si trovi il paziente, ma solo la possibilità di un suo pronto intervento in caso di necessità.

Il Giudice del rinvio non ha congruamente corrisposto ai quesiti che, in sede di annullamento con rinvio, la Corte di Cassazione aveva posto, avendo questa segnalato i profili di criticità che avevano determinato l’annullamento della prima decisione assunta dalla Corte territoriale, ed essendosi, invece, questa limitata a reiterare gli argomenti che avevano condotto alla adozione della precedente sentenza, già, come detto, oggetto di annullamento.

Per tali ragioni anche la sentenza impugnata viene annullata.

Il nuovo annullamento viene pronunziato senza rinvio, considerando che – essendo risultato che il Medico ha ottemperato alle linee guida ed ai protocolli sanitari maggiormente accreditati, e non essendo stata adeguatamente dimostrata la presenza nel suo operato degli estremi della colpa grave – il fatto a lui ascritto, in base al D.L. n. 158 del 2012, art. 3, comma 1, convertito con modificazioni con L. n. 189 del 2012, secondo il quale il grado della colpa non comporta esclusivamente un giudizio di maggiore minore gravità del reato, ma opera quale vero è proprio criterio distintivo fra il penalmente lecito e l’illecito, non costituisce reato.

Avv. Emanuela Foligno

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