Il contenuto sostanziale della pretesa e il potere del Giudice di qualificazione della domanda

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La vicenda trae origine da una richiesta giudiziaria di rilascio immobile. Ciò che risulta interessante è l’illustrazione dei poteri del Giudice in punto di qualificazione della domanda.

  • Il caso

Il proprietario del fondo rustico ha chiesto accertarsi la proprietà esclusiva dello stesso nella sua interezza, nonché la condanna del convenuto al rilascio, di una parte dello stesso.

Tribunale di Marsala e Corte di Appello di Palermo rigettano la domanda.

L’intervento della Corte di Cassazione

La parte soccombente sostiene di avere proposto una pluralità di domande, ai sensi dell’art. 104 c.p.c., e, pertanto, il primo Giudice avrebbe dovuto esaminarle separatamente qualificandole come azione negatoria, o di accertamento della proprietà, e non come rivendica

Ebbene, il Tribunale di Marsala correttamente aveva qualificato l’azione proposta come azione di rivendica, perché l’attore con le domande articolate in citazione aveva richiesto di essere riconosciuto proprietario dei fondi oggetto di causa al fine di ottenerne la restituzione da parte di chi li occupava senza titolo, ed aveva quindi, ritenuto che non avesse fornito la prova della proprietà del fondo rustico, con il rigore richiesto per chi agisce in rivendicazione non essendo sufficiente la mera produzione di documentazione amministrativa.

L’attore aveva fondato la propria domanda esclusivamente sulla dichiarazione di successione del proprio padre, registrata all’Ufficio Registro di Castelvetrano, attestante l’acquisto per via ereditaria della originaria unica particella, oggi frazionata. Inoltre, nessun riscontro probatorio attraverso l’escussione testimoniale aveva trovato la circostanza, affermata dall’appellante, dell’avvenuta coltivazione di alcune porzioni del fondo da parte del proprio padre e dal medesimo personalmente.

Il contenuto sostanziale della pretesa

Ad ogni modo, secondo i Giudici di merito, la coltivazione del fondo per un periodo ultraventennale non poteva, comunque, ritenersi indizio sufficiente, in quanto, di per sé, non esprimeva, in modo inequivocabile, l’intento del coltivatore di possedere, occorrendo, invece, che tale attività materiale corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà, fosse accompagnata da indizi, i quali consentissero di presumere che fosse svolta uti dominus (n. 18215/2013).

Così come già aveva fatto il Tribunale, anche il Giudice del gravame, sempre secondo la tesi del ricorrente, non avrebbe tenuto conto del fatto che esso, in conformità alla previsione dall’art. 104 c.p.c., aveva promosso, nello stesso giudizio, una pluralità di azioni nei confronti del medesimo convenuto: 1) azione negatoria per entrambe le particelle; 2) azione di accertamento della proprietà per entrambe le particelle); 3) azione di rivendicazione solo per una determinata particella; 4) domanda consequenziale alla azione negatoria e a quella di accertamento della proprietà, per entrambe le particelle.

Il potere del Giudice di qualificazione della domanda

La S.C., nel rigettare le doglianze, ribadisce che il Giudice, nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, non è condizionato dalle espressioni utilizzate dalla parte, ma deve accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, desumibile non solo dal tenore letterale degli atti ma anche dalla natura delle vicende rappresentate e dalle precisazioni da essa fornite nel corso del giudizio, nonché dal provvedimento concreto richiesto.

I soli 2 limiti che deve rispettare il Giudice (e che possono essere impugnati in Cassazione), sono

  1. rispetto del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato
  2. divieto di sostituire d’ufficio un’azione diversa da quella proposta.

Nel caso concreto non vi è stata alcuna violazione da parte del Giudice e la S.C. ribadisce il seguente principio di diritto:

“Nell’ipotesi di doppia conforme prevista dall’art. 348 ter, comma 5, c.p.c. il ricorrente in cassazione, per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, deve indicare le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass. 5528/2014), adempimento non svolto” (Corte di Cassazione, II civile, ordinanza 27 giugno 2024, n. 17787).

Avv. Emanuela Foligno

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