Il figlio che agisce contro il padre per il risarcimento del danno non patrimoniale derivato dalla violazione dei doveri genitoriali deve fornire, oltre alla prova del danno e del nesso di causa, anche la condotta colposa o dolosa del soggetto obbligato

La vicenda

Il Tribunale di Torino aveva condannato un padre a risarcire il danno non patrimoniale patito dalla figlia per la violazione dei doveri genitoriali. La sentenza veniva riformata in secondo grado dai giudici della Corte d’appello di Torino, secondo i quali la ricorrente non aveva dato prova del proprio assunto e cioè che il padre avesse posto in essere in suo danno un pregiudizio suscettibile di risarcimento.

La Corte di Cassazione (Prima Sezione Civile, sentenza n. 6518/2020) ha confermato la decisone della corte territoriale ricordando che secondo l’indirizzo ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità “il rispetto della dignità e della personalità, nella sua interezza, di ogni componente del nucleo familiare assume il connotato di un diritto inviolabile la cui lesione da parte di altro componente della famiglia costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo da un lato ritenersi che diritti definiti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i titolari si pongano o meno all’interno di un contesto familiare e dovendo dall’altro, escludersi che la violazione dei doveri nascenti in ragione dei rapporti che si innervano nel tessuto familiare riceva la propria sanzione, in nome di una presunta specificità, completezza ed autosufficienza del diritto di famiglia, esclusivamente nelle misure tipiche previste da tale branca del diritto, dovendosi invece predicare una strutturale compatibilità degli istituti del diritto di famiglia con la tutela generale dei diritti costituzionalmente garantiti, con la conseguente, concorrente rilevanza di un dato comportamento sia sul piano da essi disciplinato sia sul diverso, ma parallelo terreno della responsabilità aquiliana (Cass. Sezione Prima, n. 9801/2005).

La prova del danno non patrimoniale

Tanto premesso, il Supremo Collegio non ha ritenuto superfluo riaffermare che “l’illecito endofamiliare, concretamente ravvisabile tutte le volte in cui all’interno delle dinamiche relazioni che hanno come teatro la famiglia si consumi una lesione dei diritti alla persona costituzionalmente garantiti, in conseguenza di una violazione dei doveri familiari, in quanto ricadente nell’area dell’illecito extracontrattuale, non si sottrae alle ordinarie regole probatorie che sovrintendono all’accertamento della responsabilità ad esso correlata. È affermazione perciò di scuola che si ricava dal paradigma normativo dell’art. 2043 c.c. che, oltre alla prova del danno e del nesso di causa, il danneggiato che agisca a fini risarcitori debba provare che il pregiudizio da esso allegato è conseguenza di una condotta illecita del danneggiante, non essendo per vero configurabile una responsabilità risarcitoria da fatto illecito se, nel concorso degli altri due elementi che definiscono lo statuto giuridico della responsabilità extracontrattuale, non sia provato anche il concorso del terzo ovvero una condotta colposa o dolosa del soggetto obbligato”.

A queste elementari regole di giudizio si era esattamente attenuta la corte d’appello, allorché le prove raccolte escludevano la ricorrenza nella specie di una condotta foriera di un obbligo risarcitorio in capo al genitore.

Per queste ragioni, il ricorso è stato rigettato, in quanto dichiarato inammissibile.

Avv. Sabrina Caporale

Leggi anche:

IL PADRE DISOCCUPATO NON E’ ESONERATO DAL MANTENERE LE FIGLIE MAGGIORENNI

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui