A Responsabile Civile una storia vera. Sempre più numerosi i casi di separazione e divorzi in Italia e non privi di conflitti e ricatti. E chi ne fa le spese sono sempre loro: i figli.

La storia della giovane russa Irina inizia nel 2007, quando sposa Paolo, un piemontese che le sembra affettuoso e gentile. La situazione, però, cambia rapidamente e nell’aprile 2010 Irina si separa a seguito delle numerose denunce contro il marito per il ripetersi di violenze domestiche e continui abbandoni, iniziati subito dopo la nascita del figlio Stefano nel 2009.

Negli anni, anche dopo la separazione, pure il piccolo ha subito i trattamenti violenti del padre, come confermano le relazioni delle insegnanti inviate al Tribunale nel novembre 2015: le docenti si erano insospettite per i lividi presenti sul corpo del bambino e i loro sospetti erano stati confermati dallo stesso Stefano che aveva raccontato di essere stato picchiato dal padre, in quell’occasione perché lo aveva disturbato mentre guardava la televisione.
Paolo, intanto, è stato condannato per lesioni personali verso la ex moglie per episodi precedenti a quelli descritti dalle insegnanti del figlio; viene anche condannato al pagamento di un risarcimento ad Irina.
Paolo, già nella sentenza di separazione, era obbligato al mantenimento del bambino, dovere al quale non adempirà mai. Il bambino continua quindi a vivere nella casa materna, di proprietà della donna, che  ha i mezzi per garantire al figlio una vita dignitosa, anche senza il supporto dell’ex marito. Irina viene dichiarata dal Tribunale idonea alla crescita e all’educazione del figlio.

Stefano, all’inizio, vede il padre solo in luoghi “neutri”, ma presto questa limitazione viene tolta e il bambino comincia a dormire a casa di Paolo, nei tempi e nei modi stabiliti dal giudice. L’affido condiviso, non privo di conflitti fra i due genitori che si accusano vicendevolmente di maltrattare il figlio, è comunque monitorato dai Servizi sociali. Nel 2015 il padre, che è disoccupato e vive con la madre e la sorella, chiede l’affido esclusivo del bambino. La sua richiesta, però, non viene accolta. Nel frattempo il rendimento scolastico di Stefano è influenzato dalla sua situazione familiare e affettiva, come confermano le maestre.

La situazione cambia quando Irina chiede il divorzio. Interviene la psicologa, che vuole esaminare meglio la situazione psicologica del bambino. Il Ctu nominato dal giudice chiede l’inserimento in comunità del minore “al fine di poter approfondire tutti gli aspetti dubbi in una condizione di non influenza familiare, chiedendo di poter proseguire le operazioni fino a dopo l’estate”.
Il piccolo, a maggio 2016, è affidato in via provvisoria ai Servizi sociali presso una comunità e la CTU è invitata “qualora ritenuto necessario…a depositare eventuale istanza di proroga delle operazioni peritali, indicando specificamente la durata della proroga richiesta”. Questa decisione, a quanto dice la madre, è stata presa senza alcun contraddittorio e senza informare il CTP. La misura adottata è probabilmente eccessiva rispetto alla situazione. L’allontanamento dei bambini dai loro genitori, infatti, per la legislazione italiana è l’ultima istanza per la protezione dei minori e generalmente in questi casi ci si rivolge in prima battuta ai nonni o ai parenti più prossimi.

I genitori possono visitare il figlio presso l’Istituto a settimane alterne per un’ora e mezzo. Le visite sono controllate e registrate in lingua italiana. L’uso della lingua russa viene infatti impedito, come viene negata la presenza di un mediatore culturale. Il calendario degli incontri è controllato scrupolosamente dalla psicologa che segue il caso e che riporta in specifiche relazioni ogni dettaglio delle visite.

Irina, nel corso degli incontri con il figlio, riscontra un eccessivo dimagrimento di Stefano e si accorge di alcuni lividi che il bambino ammette di essersi procurato nell’Istituto per le botte di altri bambini, che in una occasione lo hanno quasi soffocato: anche questa conversazione è stata registrata.

La donna, in base ai risultati della perizia preliminare e della relazione del maggio 2016, è stata riconosciuta in grado di intendere e di volere e capace di espletare i doveri e gli obblighi genitoriali. Nonostante questo il bambino continua a essere affidato ai Servizi sociali e gli educatori ritengono sia abbastanza ben inserito nell’Istituto e non presenti grosse problematicità. Desidera però vedere i suoi genitori, è felice quando li vede e chiede di tornare a casa.

Irina denuncia il suo caso in Procura, chiedendo che si indaghi sulle attività della CTU e sull’operato dei servizi sociali; chiede anche che il bambino sia ricollocato presso la sua abitazione, ma ogni richiesta viene respinta. Ogni tentativo di cambiare la situazione risulta inutile e anche la richiesta di sostituire il CTU con un altro consulente d’ufficio viene respinta.

L’ultima relazione del 2016 degli educatori dei servizi sociali conferma l’assenza di elementi pregiudizievoli verso il minore da parte dei genitori. Tuttavia sono necessari altri passaggi prima che il bambino possa ritornare a casa. Nella sua relazione la CTU ritiene che nessuno dei due genitori sia allo stato del tutto adeguato per la crescita del bambino.

La psicologa evidenzia la mancanza di responsabilizzazione del padre, disoccupato e senza un’abitazione adeguata per il bambino, e sottolinea come la madre non abbia chiarito quale sia la sua fonte di sostentamento economico, oltre alla sua famiglia di origine. La donna, inoltre, ha un nuovo compagno di cui però preferisce parlare poco. Il CTU giudica la madre non collaborativa e reticente e ritiene che la donna abbia sviluppato un pensiero persecutorio e per questo, al momento, non sia idonea a occuparsi del figlio. Il padre, già condannato per maltrattamenti, per il medico dimostra una “personalità caratterizzata da aspetti di immaturità, di centratura su di sé, di ansia rispetto all’assunzione di responsabilità e continuità affettiva ma non si può escludere che, con una presa in carico che lavori sugli aspetti della genitorialità egli possa diventare più consapevole del suo ruolo”.

Il CTU, per tutelare al meglio il minore, ritiene prematuro far ritornare Stefano a casa: la situazione non è ancora serena e per il medico il bambino deve trascorrere l’intero anno scolastico 2017 lontano da casa e dai suoi genitori.
La psicologa ritiene che un affidamento del bambino “etero familiare”, ossia a un’altra famiglia, potrebbe aggravare le condizioni della madre, già particolarmente provata dall’allontanamento del figlio. Anche il nonno materno ha subito con forza questa situazione e, di recente, è stato ricoverato in ospedale per problemi cardiaci.

La dottoressa non esclude, d’altra parte, di prendere in un secondo momento la decisione di un affido etero familiare per Stefano e nella sua relazione evidenzia come, al di là della scelta che presto sarà fatta dal Tribunale al riguardo della collocazione del bambino, è fondamentale che i rapporti fra i due genitori cambino radicalmente. Resta, però, il dubbio se, al di là delle mancanze dei genitori e di un contesto familiare poco sereno, la scelta del Tribunale di allontanare il bambino sia dalla madre che dal padre sia davvero tutelante per Stefano.

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