Inesatta indicazione di intervento chirurgico: gli strumenti giudiziari in caso di responsabilità sanitaria.

Inesatta indicazione di intervento chirurgico di discectomia: Nella decisione a commento vengono analizzati gli strumenti giudiziari a disposizione del paziente danneggiato  in caso di responsabilità sanitaria( Tribunale Pavia, sez. III, sentenza del 15/11/2021)

Inesatta indicazione di intervento chirurgico di discectomia eseguito in data 26.04.2011, nello specifico “intervento chirurgico di “discectomia + PLIF L4 – L5 e L5 – S1”, presso il reparto di Neurochirurgia della Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino.

Il paziente, con ricorso ex art. 696 bis c.p.c. e art. 8 L. 24/2017, ha chiesto di disporre una CTU preventiva, in contraddittorio con il Medico ritenuto responsabile, allo scopo di accertare e determinare i danni derivanti dalla inesatta indicazione di intervento ed inesatta esecuzione del trattamento somministrato dal sanitario, quale condizione di procedibilità del futuro giudizio di merito.

Nell’atto introduttivo, riferisce di aver presentato analogo ricorso, sempre inerente la inesatta indicazione di intervento, nei confronti della sola AOU innanzi al Tribunale di Torino, all’esito del quale venne depositata una CTU che non trovò pienamente convincente (4), ma la richiesta di chiarimenti venne dichiarata inammissibile dal giudice che riteneva ogni contestazione in ordine alle valutazioni e alle conclusioni a cui era pervenuto l’accertamento peritale svolto riservata alla successiva fase di merito, se incardinata.

Il paziente, quindi, dinanzi il Tribunale di Pavia incardina nuovo ATP nei confronti del solo Medico e sostiene che nella prima CTU (ovvero, quella svolta contro la Struttura) emergono chiaramente gravi censure nei confronti dello stesso.

Il Medico eccepisce l’inammissibilità del ricorso, perché proposto al solo fine di ottenere un nuovo accertamento – auspicabilmente più favorevole al paziente – dopo avere deliberatamente omesso di evocare, nel primo procedimento, tutte le parti interessate, e la sua improcedibilità, per non essere stati chiamati i litisconsorti necessari.

In subordine, chiede di essere autorizzato a chiamare in causa la Struttura, sebbene già parte del primo procedimento, in quanto responsabile in via diretta dei danni eventualmente cagionati dal suo personale sanitario.

Il Tribunale evidenzia che ai sensi dell’art. 8 L. 24/2017 “chi intende esercitare un’azione innanzi al giudice civile relativa a una controversia di risarcimento del danno derivante da responsabilità sanitaria è tenuto preliminarmente a proporre ricorso ai sensi dell’articolo 696-bis c.p.c. dinanzi al giudice competente”, a pena di improcedibilità della domanda, “salva la possibilità di esperire in alternativa il procedimento di mediazione” regolato dall’art. 5 bis del d. lgs. 28/2010.

Tale disposizione tende a favorire la conciliazione della lite, prima dell’instaurazione della causa di merito, dando la possibilità agli interessati, nel caso dell’art. 696 bis c.p.c., di ponderare in maniera più consapevole i rischi eventualmente derivanti dall’azione o dalla resistenza in giudizio.

La medesima vicenda è già stata oggetto di una CTU preventiva/conciliativa nei confronti della sola struttura sanitaria e giunta a conclusioni che il ricorrente non ritiene condivisibili.

Non è credibile l’esigenza di sottoporre il caso a nuova indagine da svolgere nei confronti del solo chirurgo, attesi gli esiti del precedente accertamento peritale, in quanto le contestazioni mosse sono identiche a quelle già sollevate nel procedimento di Torino.

Ergo, la richiesta di dare ingresso a un nuovo accertamento peritale sembra in effetti perseguire una finalità diversa ed eccedente rispetto a quella per la quale l’ordinamento la ha predisposta – ossia ottenere un risultato più favorevole al paziente, anziché conciliare la lite ed evitare cause esplorative – con il rischio di configurare un’ipotesi di abuso del processo.

Inoltre, sottolinea il Tribunale, l’accoglimento delle istanze del ricorrente determinerebbe l’esigenza di dover chiamare in causa la Struttura ospedaliera. Difatti, è lo stesso paziente che ne ricorda la responsabilità solidale assieme al Medico, salvo il caso di “inescusabilmente grave, del tutto imprevedibile devianza del programma condiviso di tutela della salute”, la quale si troverebbe a subire un nuovo accertamento, sempre in via preventiva, di contenuto identico a quello già concluso.

Ciò non significa che la CTU non possa essere contestata, e finanche ripetuta, bensì non è la sede di accertamento preventivo, ma la futura causa di merito, per procedere in tal senso.

In definitiva, sulla lamentata inesatta indicazione di intervento, il paziente avendo già esperito altro A.T.P., sebbene non chiamandovi il Medico, deve intraprendere il giudizio di merito per contestare gli esiti della prima C.T.U.

Il ricorso viene dichiarato inammissibile.

Avv. Emanuela Foligno

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