La decisione qui a commento, relatore Dott. Rossetti, si presenta pregevole per il lucido esame della quantificazione del danno iatrogeno dovuto dall’Azienda Sanitaria (Cass. Civ., Sez. III, Presidente Travaglino – Relatore Rossetti, Sentenza n. 26117 del 27 settembre 2021)

La vicenda trae origine da un sinistro stradale in itinere, ove l’infortunato veniva ricoverato presso l’Azienda Sanitaria, cui poi veniva contestata la responsabilità per imperizia.

Il Tribunale di Udine accoglieva la domanda dell’infortunato.

Per stabilire il quantum debeatur il Tribunale procedette in questo modo: a) condivise le risultanze dell’accertamento tecnico preventivo, secondo cui l’attore era portatore di una invalidità complessiva del 20%, risultante dal cumulo dei postumi causati dal sinistro stradale (che il Tribunale, recependo l’opinione del CTU quantificò in 12 punti percentuali di invalidità permanente), e dei postumi residuati all’errore dei sanitari (che il Tribunale quantificò in 8 punti percentuali di invalidità permanente); b) monetizzò, in base alle tabelle diffuse dal Tribunale di Milano, una invalidità del 20%, ottenendo il risultato di Euro 70.602; c) devalutò tale importo alla data in cui l’infortunato iniziò a percepire una rendita da parte dell’Inail, ottenendo la somma di Euro 65.240,89; d) detrasse da tale ultimo importo il valore capitale non dell’intera rendita erogata alla vittima dall’Inail, ma solo dell’aliquota di essa destinata a indennizzare il danno biologico (pari ad Euro 31.459,88), ottenendo una differenza di Euro 33.781,01; e) determinò il danno spettante all’attore in misura pari all’8% di tale ultimo importo e cioè Euro 2.702,48. 4.

La sentenza viene appellata in via principale dal danneggiato il quale lamenta che l’indennizzo ricevuto dall’INAIL non andava detratto dal risarcimento dovuto dall’Azienda per responsabilità sanitaria.

La Corte d’Appello di Trieste accoglieva l’appello proposto dall’infortunato-danneggiato e rigettava quello proposto dalla AAS.

La Corte d’Appello riteneva erroneo il criterio di calcolo del danno differenziale compiuto dal Tribunale, e rideterminava il risarcimento dovuto adottando la seguente motivazione: a) ha patito una invalidità permanente complessiva del 20%, che monetizzata in base alle tabelle milanesi ammonta ad Euro 66.042; b) ha ricevuto dall’Inail una rendita il cui valore capitale, aumentato degli accessori, è pari ad Euro 31.459,88; c) l’Istituto ha quantificato il valore capitale della rendita per danno biologico in Euro 29.985,50 e liquidato di fatto con gli accessori Euro 31.459,88 sì che la sommatoria dei due importi non raggiunge la quantificazione complessiva. Ne deriva che l’infortunato ha diritto ad ottenere l’intero corrispettivo degli 8 punti iatrogeni accertati dal CTU.

Sulla base di questa motivazione, la Corte d’appello ha liquidato il risarcimento nella misura di Euro 19.777, oltre accessori.

In sostanza, la Corte dava atto che l’appellante aveva dedotto che il suo credito risarcitorio si sarebbe dovuto determinare in Euro 19.776.52, pari alla differenza tra il cumulo del danno biologico temporaneo e permanente (Euro 51.236,40) e l’indennizzo per danno biologico permanente ricevuto dall’INAIL (Euro 31.459,88), differenza pari per l’appunto ad Euro 19.776,52.

La sentenza d’appello è stata impugnata in Cassazione in via principale dall’Azienda Sanitaria e in via incidentale dal danneggiato.

Sia il ricorso principale, che quello incidentale sono fondati.

La Corte d’Appello doveva risolvere: a) come debba liquidarsi il c.d. danno differenziale, e cioè il credito risarcitorio vantato dalla vittima di un fatto illecito la quale, per lo stesso titolo, abbia percepito un indennizzo dall’assicuratore sociale; b) se i criteri sub (a) debbano subire modifiche nel caso in cui il fatto illecito abbia soltanto aggravato un danno che, sia pure in misura minore, comunque si sarebbe verificato.

Ebbene, la prima questione deve seguire il seguente principio di diritto: “i pagamenti effettuati dall’assicuratore sociale riducono il credito risarcitorio vantato dalla vittima del fatto illecito nei confronti del responsabile, quando l’indennizzo abbia lo scopo di ristorare il medesimo pregiudizio del quale il danneggiato chiede di essere risarcito”.

Ebbene, seguendo tale ipotesi, il credito risarcitorio, per effetto del pagamento da parte dell’assicuratore sociale, si trasferisce ope legis dal danneggiato all’assicuratore, secondo le norme che disciplinano nel caso concreto l’istituto della surrogazione. Il danneggiato, dunque, per effetto del pagamento dell’indennizzo perde la titolarità attiva dell’obbligazione per la parte indennizzata: e non essendo più creditore, va da sé che nessun risarcimento potrà pretendere dal responsabile. In tal caso il credito risarcitorio residuo del danneggiato nei confronti del terzo responsabile (e cioè il c.d. danno differenziale) andrà determinato col criterio c.d. “per poste” (o “voci”) di danno: vale a dire sottraendo l’indennizzo Inail dal credito risarcitorio solo quando l’uno e l’altro siano stati destinati a ristorare pregiudizi identici.

Conseguentemente, se per una voce di danno l’indennizzo Inail eccede il credito civilistico: (a) per quel danno la vittima nulla potrà pretendere dal responsabile; (b) il responsabile non potrà pretendere che l’eventuale eccedenza dell’indennizzo rispetto al danno da lui causato sia riportata a defalco di altri crediti risarcitori della vittima.

E’ l’avvenuto ristoro del danno che fa perdere al danneggiato il credito risarcitorio, non la circostanza che il terzo pagatore abbia richiesto al responsabile la rifusione dell’indennizzo pagato al danneggiato.

Posti tali criteri generali, la Suprema Corte esamina come debbano gli stessi applicarsi nel caso di infortunio sul lavoro indennizzato dall’nail.

  1. Se l’INAIL ha pagato al danneggiato un capitale a titolo di indennizzo del danno biologico, il relativo importo va detratto dal credito risarcitorio vantato dalla vittima per anno biologico permanente, al netto della personalizzazione e del danno morale;

b) se l’INAIL ha costituito in favore del danneggiato una rendita, occorrerà innanzitutto determinare la quota di essa destinata al ristoro del danno biologico, separandola da quella destinata al ristoro del danno patrimoniale da incapacità lavorativa; la prima andrà detratta dal credito per danno biologico permanente, al netto della personalizzazione e del danno morale, la seconda dal credito per danno patrimoniale da incapacità di lavoro, se esistente;

c) poiché il credito scaturente da una rendita matura de mense in mensem, il diffalco di cui al punto (b) che precede dovrà avvenire, con riferimento al danno biologico: c’) sommando e rivalutando dei ratei di rendita già riscossi dalla vittima prima della liquidazione; c”) capitalizzando il valore della rendita non ancora erogata, in base ai coefficienti per il calcolo dei valori capitali attuali delle rendite INAIL, di cui al D.M. 22 novembre 2016;

d) il risarcimento del danno biologico temporaneo, del danno morale e della c.d. “personalizzazione” del danno biologico permanente in nessun caso potranno essere ridotti per effetto dell’intervento dell’assicuratore sociale;

e) il credito per inabilità temporanea al lavoro e quello per spese mediche di norma non porranno problemi di calcolo del danno differenziale, essendo i suddetti pregiudizi integralmente ristorati dall’Inail, salvo ovviamente che la vittima deduca e dimostri la sussistenza di pregiudizi eccedenti quelli indennizzati dall’Inail (ad esempio, per la perduta possibilità di svolgere lavoro straordinario, o per spese mediche non indennizzate dall’Inail).

Ciò posto, viene analizzato come tali criteri vadano applicati nel caso in cui il responsabile abbia soltanto aggravato postumi permanenti che comunque, in minor misura, la vittima non avrebbe potuto evitare -c.d. danno iatrogeno-.

Il caso in esame è quello in un uomo che ha subito delle lesioni personali in seguito ad un sinistro stradale, senza responsabilità di terzi, riportando una invalidità del 12%, poi aggravatasi dell’ 8% a causa di responsabilità da parte della Asl, sino a raggiungere una invalidità complessiva del 20%.

Pacifico che il danno alla salute è danno unitario, non esiste, spiega, una “salute lavoristica” ed una “salute civilistica”; esistono soltanto criteri differenti per la monetizzazione del relativo pregiudizio, a seconda che debba essere indennizzato dall’assicuratore sociale o risarcito dal responsabile civile.

Il criterio corretto e: a) stabilire la misura del danno-base e quella dell’aggravamento; b) determinare il complessivo indennizzo dovuto dall’Inail, sommando i ratei di rendita già percepiti e capitalizzando la rendita futura, al netto dell’incremento per danno patrimoniale; c) verificare se l’indennizzo totale sub (b) sia inferiore o superiore al danno base.

In pratica, bisogna, nell’imputare a diffalco del risarcimento del danno iatrogeno la sola eventuale eccedenza pecuniaria dell’indennizzo Inail rispetto al danno-base.

I relativi conteggi andranno compiuti previa monetizzazione dell’invalidità: “e dunque sugli importi monetari, e non sulle percentuali di invalidità”.

In particolare, la quantificazione del danno iatrogeno non va effettuata sottraendo il grado percentuale di invalidità idealmente ascrivibile all’errore medico, dal grado percentuale di invalidità complessiva effettivamente residuato; “va invece determinato monetizzando l’una e l’altra invalidità, e sottraendo dal controvalore monetario della seconda il controvalore monetario dell’invalidità che comunque sarebbe residuata all’infortunio anche nel caso di diligenti cure”.

La sentenza impugnata, viene cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Trieste, la quale provvederà a riesaminare i contrapposti appelli applicando i seguenti criteri di diritto:

a) l’indennizzo per danno biologico permanente pagato dall’Inail alla vittima di lesioni personali va detratto dal credito aquiliano per danno biologico permanente, vantato dalla vittima nei confronti del terzo responsabile, al netto della personalizzazione e del danno morale;

b) nel caso di indennizzo sotto forma di rendita, la detrazione deve avvenire sottraendo dal credito civilistico il cumulo dei ratei già riscossi e del valore capitale della rendita ancora da erogare, al netto dell’aliquota di rendita destinata al ristoro del danno patrimoniale;

c) il danno c.d. iatrogeno (e cioè l’aggravamento, per imperizia del medico, di postumi che comunque sarebbero residuati, ma in minor misura) va liquidato monetizzando il grado complessivo di invalidità permanente accertato in corpore; monetizzando il grado verosimile di invalidità permanente che sarebbe comunque residuato all’infortunio anche in assenza dell’errore medico; detraendo il secondo importo dal primo;

d) nel caso in cui la vittima di un danno iatrogeno abbia percepito un indennizzo dall’Inail, il credito residuo della vittima nei confronti del responsabile va determinato sottraendo dal risarcimento dovuto per danno iatrogeno solo l’eventuale eccedenza dell’indennizzo Inail rispetto al controvalore monetario del danno-base (cioè il danno che comunque si sarebbe verificato anche in assenza dell’illecito).

Avv. Emanuela Foligno

Sei vittima di un incidente sul lavoro o ritieni di aver contratto una malattia professionale? Affidati ai nostri esperti per una consulenza gratuita. Clicca qui

Leggi anche:

Nocività dell’ambiente di lavoro: al lavoratore l’onere della prova

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui