I criteri di liquidazione agli eredi sono molto rigidi, in particolare, la percentuale della retribuzione percepita dal lavoratore, che deve costituire da base per il calcolo della rendita, le modalità di accertamento di detta retribuzione, nonché le quote spettanti a ciascuno dei superstiti aventi diritto (Corte d’Appello di Milano, Sez. Lavoro, Sentenza n. 1211/2021 del 06/10/2021 RG n. 706/2021)

Con sentenza n. 306/2021 il Tribunale di Milano pronunciandosi sul ricorso proposto dall’Inail nei confronti del lavoratore, ha deciso: “accerta e dichiara la responsabilità del sig. ******* per la patologia riscontrata a carico del sig. ********* e per l’effetto condanna il convenuto al pagamento in favore di Inail della somma di euro 174.141,66 , oltre interessi dalla data della presente decisione al saldo; condanna il sig. ******** a rifondere a INAIL le spese processuali liquidate nell’importo complessivo di euro 3000,00, oltre rimborso forfettario, spese, CPA e IVA .

In sintesi, l’INAIL conveniva in giudizio in giudizio il sig.****(datore di lavoro) chiedendo di dichiarare la civile responsabilità per la patologia professionale con esito mortale riscontrata a carico del lavoratore ed in conseguenza di condannare il convenuto al pagamento in favore dell’Istituto della somma di euro 74.141,76 erogata.

Deduceva l’Inail di aver accertato che il sig. GS in qualità di falegname, nel periodo in cui era dipendente, dal 1982 al 1987 , era stato addetto alla realizzazione di manufatti con lastre contenenti amianto.

L’Inail riteneva la patologia che ha cagionato la morte del sig. GS malattia professionale indennizzabile, come risulta da attestato di credito che quantifica le prestazioni garantite agli eredi dal lavoratore nella misura di euro 174.141,66.

Il datore di lavoro veniva condannato in sede penale in quanto ritenuto responsabile di non aver rispettato le vigenti norme di prevenzione nel trattamento delle strutture tubolati di cemento – amianto ; la condanna è divenuta definitiva ( sentenza del Tribunale di Milano n. 4728 del 2016; sentenza della Corte di Appello di Milano n. 1 417/2 017; sentenza della Corte di Cassazione )

Il Tribunale, osservava: ” In sede penale con decisione divenuta definitiva è stata accertata la responsabilità civile del convenuto, in quanto è stato riconosciuto il nesso etiologico tra la patologia del sig. GS e le lavorazioni svolte in favore della datrice dal 1982 al 1987 , nonché la responsabilità del datore di lavoro per mancata osservanza delle norme di prevenzione . Ciò premesso , risulta il diritto dell’Istituto ad ottenere dal convenuto le prestazioni erogate in favore degli eredi del lavoratore ai sensi dell’art. 11 TU 1124/1965 ai sensi del quale ” La sentenza che accerta la responsabilità civile è sufficiente a costituire l’istituto assicuratore in credito verso la persona civilmente responsabile per le somme indicate . L’istituto ha documentato le somme erogate in conseguenza dell’infortunio e in particolare euro 2046,81 quale assegno funerario , euro 52492,34 a titolo di acconti e ratei già pagati fino al 30.4.2019 quantificando il valore capitale della rendita calcolata al 30.4.2019 in euro 119.502,51 “

Il Tribunale ha ritenuto infondati i rilievi di parte convenuta in merito alla mancata indicazione dei criteri di liquidazione dell’indennità corrisposte atteso che, secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità , ” i criteri con i quali si provvede alla liquidazione delle indennità corrisposte al lavoratore infortunato , quali i provvedimenti del direttore della sede competente , sono assistiti dalla presunzione di legittimità propria di tutti gli atti amministrativi , che può venir meno solo di fronte a contestazioni precise e puntuali che individuino un eventuale vizio di cui l’atto sarebbe affetto e offrano contestualmente di provare fondamento ” ; che ” nel caso di specie nessuna specifica contestazione o vizio è stato rilevato in ordine alle somme indicate dall’Istituto”.

Ha proposto appello il datore di lavoro chiedendo , in riforma della sentenza, in via principale il rigetto della domanda proposta dall’Inail.

L’Istituto chiede il pagamento della maggiore somma, in forza del successivo versamento degli ulteriori ratei, di euro 180. 819,143.

La Corte ritiene l’appello infondato.

Il datore di lavoro, nel gravame, osserva : ” La sentenza appellata ha erroneamente interpretato la su citata norma ( art. 11 Tu 1124/1965 ) senza tener conto che nelle sentenze penali del Tribunale e della Corte di Appello di Milano non è stabilito il grado di responsabilità del datore né quello di concorso di colpa del lavoratore ; ulteriore vizio della sentenza è quello di aver disatteso completamente la disposizione dell’art. 1227 cod. civ. Il Tribunale avrebbe dovuto procedere con opportuna istruttoria disponendo d’ufficio ogni mezzo di prova ritenuto idoneo al fine di accertare ( anche mediante l’acquisizione di atti e documenti dai processi ) il grado di colpa e/o responsabilità del lavoratore in merito alla malattia “.

Le doglianze sono infondate e la Corte osserva che i Giudici di legittimità hanno avuto modo di affermare che ” in tema di azione di regresso esercitata dall’INAIL , il giudicato che accerta la responsabilità penale del datore di lavoro giova all’Istituto per ciò che attiene all’accertamento del fatto e della sua commissione da parte dell’imputato , ma non impedisce al chiamato in regresso di chiedere che nel giudizio civile sia sviluppata ogni indagine che non sia stata svolta nel giudizio penale , fra cui quella relativa all’eventuale concorso di colpa della vittima , qualora in sede penale non sia stata compiuta o non sia stato fissato il grado del concorso stesso ” ( Cass. Sez. L. 21563/2018 ).

L’appellante invoca un concorso di colpa del lavoratore senza spiegare perché dovrebbe ravvisarsi tale concorso di colpa nella produzione della malattia professionale del tipo ” mesoteliona pleurico destro sarmacoide ” diagnosticata il 24.5.2012 e per la quale derivava il decesso GS il 26.11.2012.

Sul punto difetta ogni necessaria allegazione in grado di rendere possibile l’invocato intervento di ufficio del giudice del lavoro nella ricerca della prova .

Ad ogni modo, ritiene la Corte d’Appello, che una questione di corresponsabilità del lavoratore possa porsi solo laddove risulti che il datore di lavoro, nella sua posizione di garanzia della salute dei lavoratori , abbia previamente adempiuto tutti gli obblighi di informazione , formazione e prevenzione posti a suo carico ex art. 2087 c.c.

Tale adempimento risulta smentito da quanto già accertato, con pronuncia passata in giudicato, in sede penale.

Nello specifico, con tale decisione, la Corte di Appello , ritenuta la responsabilità del datore per il contestato reato ex art. 589 comma 2 c.p. ha accertato la condotta colposa dello stesso posta in essere in violazione della contestata normativa antiinfortunistica , precisando , fra l’altro: ” …Dunque , con specifico riferimento alla situazione esaminata , si osserva che il comportamento che poteva e doveva pretendersi dall’imputato era anzitutto quello di evitare l’uso di materiali contenenti fibre di amianto all’interno del proprio laboratorio ; in via esemplificativa , si può affermare che a carico del datore di lavoro gravava l’onere di coprire la zona di lavoro , con teli trasparenti o altro ( non soltanto con una dima ) , evitando completamente il contatto con le polveri; predisporre un aspiratore localizzato all’interno di tali coperture ; inumidire il materiale , così abbattendo la formazione delle polveri in modo significativo ; fornire agli operai tute coprenti da utilizzare soltanto sul posto di lavoro , provvedendo al lavaggio delle stesse tramite canali sicuri; informare i dipendenti dei rischi inerenti alla natura dei materiali impiegati ed addestrarli in ordine all’osservanza delle cautele ; fornire ai dipendenti mascherine idonee ad ar restarne l’inalazione . Esistevano sul mercato mascherine con fattore di protezione 4 , nonché mascherine prodotte 3 M , capaci di abbattere il 75% delle fibre”.

Con il secondo motivo di gravame, l’appellante osserva che peraltro ” SG decedeva il 26.11.2012 all’età di 70 anni e che il periodo di malattia è stato molto breve in quanto la diagnosi di mesotelioma pleurico è stata fornita in data 24.6.2012, solo pochi mesi prima del decesso ” ; ribadisce ed eccepisce che le certificazioni / attestazioni di credito non possono avere alcun valore probatorio poiché provenienti da INAIL che non ha fornito minimamente i criteri adottati per la determinazione delle somme per le quali agisce.

Con un terzo motivo , censura la sentenza per una omessa pronuncia in ordine a tutte le istanze istruttorie del giudizio di primo grado ; osserva che ” con memoria di costituzione del giudizio di primo grado , il convenuto ha offerto di dimostrare e verificare a mezzo CTU quali siano i criteri di determinazione delle somme richieste dall’Inail” .

I motivi sono infondati e pretestuosi atteso che la sentenza della Corte di Appello di Milano in sede penale n. 1417/2017 , precisa espressamente che ” l’INAIL ha liquidato a favore della vedova una rendita “.

E’ del tutto chiaro, pertanto, il riferimento alla rendita corrisposta dall’Inail alla vedova di SG , deceduto in data 26.11.2012 , ex art. 85 T.U 1124/1965.

I criteri di liquidazione agli eredi sono molto rigidi, in particolare, la percentuale della retribuzione percepita dal lavoratore, che deve costituire da base per il calcolo della rendita , le modalità di accertamento di detta retribuzione, nonché le quote spettanti a ciascuno dei superstiti aventi diritto.

L’inail ha prodotto in grado di appello documentazione in cui si precisano – senza che parte appellata muova ancora alcuna specifica contestazione nel merito nelle note scritte depositate in data 27 settembre 2021 – tutti gli elementi di legge per il calcolo – secondo i parametri fissati dal T.U. 1124/1965 – della rendita in favore della vedova a decorrere dal 27 11.2012 ( Stranisci è deceduto il 26.11.2012).

Il Tribunale ha correttamente richiamato principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità per i quali ” nel giudizio di regresso intentato nei confronti del datore di lavoro, la prova della congruità dell’indennità corrisposta dall’Inail al lavoratore può essere fornita tramite l’attestazione del direttore della sede erogatrice, quale atto amministrativo assistito dalla relativa presunzione di legittimità, che può essere inficiata solo da contestazioni precise e puntuali che individuano il vizio di cui l ‘atto sarebbe affetto e offrano contestualmente di provarne il fondamento “.

Per tali ragioni l’appello viene integralmente rigettato .

Avv. Emanuela Foligno

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