Infortunio sul lavoro e danno biologico terminale. Agli eredi del lavoratore deceduto per infortunio sul lavoro viene riconosciuto in primo grado il danno biologico terminale, e rigettate tutte le altre voci di danno invocate.

Infortunio sul lavoro e danno biologico terminale (Cass. Civ., Sez. lav, 28 febbraio 2022, n. 6503), gli eredi chiedono in giudizio il ristoro del danno biologico terminale e del danno morale.

Nel 2015, la Corte d’Appello di Salerno ha accolto l’appello principale dell’INAIL e, per l’effetto, in riforma della decisione di primo grado, ha rigettato integralmente la domanda degli eredi proposta nei confronti dell’Istituto; in accoglimento, altresì, dell’appello incidentale degli eredi, ha condannato il datore di lavoro, al risarcimento del danno non patrimoniale, nella misura di Euro 15.498,67 oltre accessori, in favore di ciascun erede pro quota ereditaria.

Per quanto qui di interesse, la Corte territoriale ha osservato come, in base alla normativa vigente, non sussistesse l’obbligo dell’INAIL di corrispondere, agli eredi, somme per titoli diversi o ulteriori rispetto a quelle già riconosciute (nello specifico, indennità per inabilità temporanea per il periodo dall’infortunio sul lavoro al decesso, assegno funerario, rendita ai superstiti) e, in particolare, che alcun fondamento giuridico avesse la pretesa di tutela, nei confronti dell’Istituto, di un “danno biologico temporaneo” e/o di un “danno non patrimoniale al di fuori di quanto normativamente previsto”.

In punto di identificazione del pregiudizio non patrimoniale, richiamata la pronuncia a Sezioni Unite n. 15350 del 2015, la Corte di Appello ha riconosciuto il cd. danno biologico terminale, ritenendo apprezzabile il lasso di tempo intercorso tra l’infortunio e la morte del lavoratore, e ha liquidato la voce utilizzando il criterio della rapportabilità alla inabilità temporanea, secondo le tabelle di Milano.

Con il primo motivo, i ricorrenti, lamentano la violazione dell’art. 132, comma 4, c.p.c., per la contraddittorietà della motivazione, relativamente agli artt. 3 e 32 Cost., assumendo anche l’errata liquidazione del danno biologico.

Il motivo è infondato.

Evidenziano gli Ermellini che la Corte d’Appello ha correttamente osservato che non maturassero in capo al de cuius, il beneficio all’indennizzo ex art. 13 d.lgs. n. 46/2000, e che nessun diritto si trasmetteva jure heridatis, oltre al danno biologico terminale.

L’esclusione del risarcimento jure hereditatis di un danno da perdita della vita si giustifica in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio.

Difatti, sottolineano gli Ermellini, “il danno biologico risarcibile dall’INAIL, è per legge, solo quello relativo all’inabilità permanente”. Conseguentemente, non rientrano nel sistema assicurativo il danno biologico temporaneo e il danno morale.

Per il danno terminale, invece, la configurabilità si ha quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nell’intervallo fra l’evento lesivo e il decesso, con la conseguente pretesa risarcitoria, che sia trasmissibile agli eredi.

Con il secondo motivo viene dedotta la contraddittorietà della motivazione in relazione agli artt. 2043 e 2059 c.c. nonché (in relazione agli artt.) artt. 2 e 32 Cost., riguardo la liquidazione del riconosciuto danno biologico terminale nei confronti delle parti private.

E’ da escludersi, sostengono gli Ermellini, la risarcibilità iure hereditatis di un danno da perdita della vita, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio.

Viceversa, è trasmissibile iure hereditatis il danno non patrimoniale nelle due componenti di danno biologico “terminale”, cioè di danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima nell’ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo e di danno morale “terminale o catastrofale o catastrofico”, ossia del danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nell’intervallo tra l’evento lesivo e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile agli eredi.

Nel caso di specie, la Corte territoriale ha riconosciuto esclusivamente il danno biologico terminale, per la cui determinazione economica si è attenuta ai principi corretti.

In conclusione, il ricorso viene integralmente rigettato.

La redazione giuridica

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