Respinto il ricorso dei genitori di un giovane lavoratore, vittima di un infortunio sul lavoro, che invocavano il riconoscimento della rendita ai superstiti

Con l’ordinanza n. 25975/2020 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato, in qualità di ascendenti superstiti, dagli eredi di un lavoratore deceduto per infortunio sul lavoro contro il rigetto, in sede di merito, della domanda volta al riconoscimento della rendita ai superstiti. La vittima e il genitore, infatti, erano entrambi operai presso la medesima società, il che ipotizzava reciproca assistenza nei bisogni familiari e non integrava il concetto di vivenza a carico, requisito necessario per il riconocimento del beneficio.

Più specificamente, per la Corte di merito non potevano trarsi, dal ricorso di primo grado, elementi indicativi della vivenza a carico nel senso di un diretto e costante apporto economico del figlio nel mantenimento dei genitori, né della insufficienza dei mezzi di sostentamento propri di questi ultimi. Il tutto con la precisazione che le vicende successive al tragico evento – che aveva procurato la morte dello sfortunato giovane nell’incendio della fabbrica di materiale pirotecnico e causato anche la perdita dell’occupazione lavorativa del padre, licenziato per distruzione della fabbrica – non potevano assumere rilevanza ai fini della rendita ai superstiti i cui requisiti andavano accertati con riferimento al periodo in cui il figlio era in vita.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte i ricorrenti censuravano la sentenza impugnata per non avere il Collegio territoriale tratto elementi sufficienti ad integrare il requisito della vivenza a carico dalla convivenza del lavoratore superstite con i genitori e dall’esiguo stipendio mensile percepito dal padre, insufficiente ad assicurare una dignitosa e decorosa assistenza al compendio familiare.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto di non aderire al motivo di doglianza.

Dal Palazzaccio hanno ricordato che “il diritto alla rendita per infortunio sul lavoro in favore degli ascendenti superstiti, alla stregua dell’art. 85 d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 presuppone, ai sensi del successivo art. 106, la vivenza a carico, la quale è provata allorché ricorrano contestualmente due condizioni: a) che gli ascendenti medesimi si trovino senza sufficienti mezzi di sussistenza autonomi; b) che al loro mantenimento concorreva, in modo efficiente, il lavoratore defunto, dovendo intendersi tale requisito nel senso che non è necessario che i superstiti siano totalmente mantenuti in tutti i loro bisogni dal lavoratore defunto ma è indispensabile che quest’ultimo abbia contribuito in modo efficiente al loro mantenimento mediante aiuti economici che, per costanza e regolarità, costituivano un mezzo normale, anche se parziale, di sussistenza”.

In particolare, in ordine alla necessità che al mantenimento dell’ascendente superstite abbia concorso in modo efficiente il discendente defunto, occorre considerare anche il reddito del coniuge dell’ascendente che domanda la prestazione previdenziale, e ciò perché, anche ove non fosse operante il regime di comunione legale tra gli stessi, comunque sussiste l’obbligo di assistenza materiale tra coniugi posto dall’art. 143 cod. civ.

La Cassazione ha poi chiarito che il requisito della sufficienza dei mezzi di sussistenza è da intendersi nel senso di un rapporto diretto di dipendenza economica dei congiunti con il lavoratore infortunato, con la conseguenza che, “ai fini della sussistenza del diritto alla rendita, non è sufficiente la dimostrazione della sola circostanza della loro convivenza con l’assicurato o che da questi ottenevano un parziale mantenimento”.

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