Respinto il ricorso del Ministero dell’Istruzione, ritenuto responsabile per l’infortunio sul lavoro occorso a un’operatrice scolastica nel locale utilizzato dal personale ausiliario

In materia di infortunio sul lavoro, al di fuori dei casi di rischio elettivo, nei quali la responsabilità datoriale è esclusa, qualora ricorrano comportamenti colposi del lavoratore, trova applicazione l’art. 1227, comma 1, c.c., tuttavia, la condotta incauta del lavoratore non comporta un concorso idoneo a ridurre la misura del risarcimento ogni qual volta la violazione di un obbligo di prevenzione da parte del datore di lavoro sia munita di incidenza esclusiva rispetto alla determinazione dell’evento dannoso; in particolare, tanto avviene quando l’infortunio si sia realizzato per l’osservanza di specifici ordini o disposizioni datoriali che impongano colpevolmente al lavoratore di affrontare il rischio, quando l’infortunio scaturisca dall’integrale impostazione della lavorazione su disposizioni illegali e gravemente contrarie ad ogni regola di prudenza o, infine, quando vi sia inadempimento datoriale rispetto all’adozione di cautele, tipiche o atipiche, concretamente individuabili, nonché esigibili ex ante ed idonee ad impedire, nonostante l’imprudenza del lavoratore, il verificarsi dell’evento dannoso”. E’ il principio alla luce del quale la Cassazione, con l’ordinanza n. 23146/2020, ha respinto il ricorso del Ministero dell’Istruzione contro la condanna al risarcimento dei danni patiti da un’operatrice scolastica che, mentre prestava servizio presso una scuola elementare, “era stata attinta al volto da una caffettiera esplosa durante la preparazione del caffè, che stava avvenendo, ad opera di soggetti non identificati, all’interno del locale utilizzato dal personale ausiliario”.

Il Giudice d’appello, in riforma della decisione di primo grado, aveva ritenuto che l’infortunio fosse avvenuto in occasione di lavoro, in quanto la donna era intenta a svolgere le proprie mansioni, ed aveva escluso il rischio elettivo perché l’azione che aveva determinato l’evento non era stata compiuta dalla ricorrente, la quale non aveva posto in essere alcuna condotta, volontaria ed abnorme, idonea ad interrompere il nesso causale.

Per il Collegio territoriale, inoltre, il Ministero non aveva dimostrato di avere apprestato tutte le misure necessarie ad evitare il danno giacché, al contrario, dall’istruttoria era emerso che “la preparazione del caffè all’interno del locale destinato agli operatori scolastici era abituale ed era stata consentita dal datore di lavoro, il quale non aveva vigilato, come era suo onere, per impedire che nell’ambiente di lavoro si realizzassero situazioni pericolose per i lavoratori”.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte il MIUR contestava che la lavoratrice non potesse invocare la violazione dell’art. 2087 cod. civ., sia perché la preparazione del caffè non costituisce un’attività da espletare all’interno dell’istituto scolastico, sia in quanto la donna avrebbe dovuto impedire che il fornello elettrico e la caffettiera venissero utilizzati impropriamente nel locale alla stessa assegnato.

Peraltro, una volta esclusa l’applicabilità dell’art. 2087 cod. civ., gravava sulla danneggiata l’obbligo di provare la responsabilità extracontrattuale ex art.2043 cod. civ. in tutti i suoi elementi costitutivi, onere non assolto nella fattispecie perché l’evento dannoso si era verificato in conseguenza di una condotta estranea alla prestazione lavorativa ed addebitabile alla stessa operatrice scolastica, la quale – a detta del dicastero – aveva quantomeno concorso alla causazione del danno.

I Giudici Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte. Per il Supremo Collegio, infatti, la Corte territoriale, con accertamento di fatto non censurabile in sede di legittimità, aveva escluso il rischio elettivo, perché la caffettiera esplosa era stata posta sul fornello non dalla donna bensì da terzi non identificati, ed aveva anche ritenuto provato che l’attività pericolosa si svolgesse in modo sistematico all’interno dell’istituto, sicché, evidentemente, il datore di lavoro, che non l’aveva impedita, era venuto meno al suo dovere di vigilare e di emanare specifiche direttive volte a prevenire il verificarsi di eventi dannosi.

Da li l’esclusione di ogni rilevanza delle circostanze sulle quali il Ministero faceva leva per sostenere una colpa concorrente della controparte, perché “sebbene il legislatore, in tema di sicurezza, abbia posto precisi obblighi anche a carico del lavoratore (art. 5 del d.lgs. n. 626/1994 poi trasfuso ‘nell’art. 20 del d.lgs. n. 81/2008), impegnandolo ad osservare le misure precauzionali ed a segnalare eventuali condizioni di pericolo, tuttavia non ha certo inteso attenuare, attraverso la previsione di detto obbligo di collaborazione, il debito di sicurezza che grava sul datore, nella specie non adempiuto perché, ove il dirigente avesse vigilato come era suo onere ed impartito le opportune direttive, l’evento lesivo non si sarebbe verificato”.

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