Azienda sanitaria condannata a pagare circa 600 mila euro a una donna per il danno patrimoniale e non patrimoniale subito in seguito a un intervento alla testa per l’asportazione di un tumore

Il Tribunale civile di Firenze ha condannato l’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi a versare circa 600 mila euro a una donna di 62 anni a titolo di risarcimento per il danno patrimoniale e non patrimoniale subito in seguito a un intervento alla testa eseguito nel 2012 per l’asportazione di un tumore. La struttura sarebbe responsabile di negligenze e scelte sbagliate, durante e dopo l’operazione.

Più specificamente, in base alla ricostruzione del consulente di parte, l’asportazione sarebbe stata  in pratica nulla in quanto i medici si sarebbero accorti che la procedura pterionale adottata (frontale-temporale-sfenoide anziché frontale-basale) non consentiva di raggiungere la neoplasia senza lesionare l’ipotalamo.

Secondo l’accusa, peraltro, dopo l’intervento i medici non avrebbero comunicato alla paziente l’accaduto. Anzi le avrebbero detto – riferisce il quotidiano La Nazione – che il tumore era stato tolto e che sarebbero stati sufficienti delle analisi. Quattro mesi dopo la signora, invece, avrebbe scoperto la verità e sarebbe stata sottoposta a una nuova operazione.

Il perito di parte ha sottolineato come la condotta del personale sanitario del nosocomio avesse causato alla 62enne ‘lesione dell’apparato visivo, deficit funzionale neuropsichico, disturbo dell’adattamento con umore depresso’.

Il consulente del Giudice, tuttavia, ha ritenuto corretta “la scelta dell’intervento e l’asportazione molto parziale del tumore” considerando invece non corretto “l’utilizzo eccessivo o prolungato della spatola sul lobo frontale con grave lesione emorragica”. Tale condotta, impiegata per sollevare la calotta cranica, avrebbe determinato, per via di una pressione eccessiva, una sofferenza cerebrale.

La consulenza d’ufficio – riporta ancora La Nazione – ha accertato, quali postumi invalidanti (al 15%), deficit del campo visivo, difficoltà nel camminare, disturbi di personalità e depressione. Tutte complicazioni che avrebbero frenato la professione della donna, architetto con specializzazione molto remunerativa, causando una “perdita della capacità specifica di lavoro” con danno patrimoniale al 35%.

Il Giudice ha quindi riconosciuto la responsabilità sanitaria fissando il risarcimento in 89.080 euro per danno non patrimoniale e 503.104 per quello patrimoniale.

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