Respinta la domanda di un lavoratore che chiedeva il riconoscimento dell’origine professionale della malattie di ipoacusia bilaterale da cui era affetto

In tema di inabilità permanente, il danno biologico da malattia professionale, o da infortunio sul lavoro, è indennizzabile, ai sensi dell’art. 13, comma 2, del d.lgs. 28 febbraio 2000, n. 38, solo se è pari o superiore al sei per cento, con la conseguenza che un danno percentuale inferiore a tale soglia, sia pure per frazioni di punto, non dà diritto a indennizzo, dovendosi escludere la possibilità di un arrotondamento al punto superiore. Lo ha ribadito la Cassazione con l’ordinanza n. 20468/2020 pronunciandosi sul ricorso dell’Inail contro la decisione dei giudici del merito di accogliere la domanda proposta da un lavoratore per il riconoscimento dell’origine professionale delle malattie di ipoacusia bilaterale e neuroangiopatia agli arti superiori da cui era affetto.

La Corte territoriale, nello specifico, aderiva ai rilievi del ctu nominato, il quale accertava la rilevanza della sola ipoacusia e, sulla base del tracciato audiometrico, quantificava complessivamente un danno biologico pari all’11,8 %, individuando una percentuale di ipoacusia percettiva professionale pari al 5,9 %, che arrotondava al 6%.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, l’Ente ricorrente deduceva violazione dell’art. 13 c. 2 e 3 d.lgs. 38 del 23 febbraio 2000 in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., osservando che i giudici dell’appello avevano operato un arrotondamento della percentuale dei postumi permanenti dal 5,9 al 6%, così determinando l’insorgere del diritto all’indennizzo.

Gli Ermellini hanno effettivamente ritenuto fondato il motivo di doglianza richiamando un precedente in cui la Cassazione aveva cassato la sentenza di merito che, a fronte di una percentuale di inabilità, ritenuta dal consulente tecnico di ufficio, del cinque virgola settantacinque per cento, aveva riconosciuto, operando in tal modo un aumento al punto superiore, l’indennizzo in capitale per una percentuale pari al sei per cento.

Uniformandosi a tale indirizzo la Suprema Corte, anche nel caso esaminato, ha accolto il ricorso cassando, senza rinvio, la sentenza impugnata, e rigettando la domanda dell’attore.

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