Il reato di omesso versamento dell’Iva non può essere giustificato, ai sensi dell’art. 51 c.p., dal pagamento degli stipendi dei lavoratori dipendenti

Il legale rappresentante di una s.r.l. era stato condannato dal Tribunale di Lodi, con sentenza confermata anche in appello, alla pena sospesa, di mesi quattro di reclusione per il reato di cui al D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 10-ter (omesso versamento Iva).

Contro tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando l’illogicità della motivazione in merito alla sussistenza dell’elemento intenzionale del reato, in quanto la scelta di pagare i dipendenti era stata dettata dal tentativo di non fermare l’attività; ciò non gli aveva consentito di pagare i debiti pregressi.

Ma il ricorso è stato dichiarato inammissibile (Corte di Cassazione, Terza Sezione Penale, sentenza n. 8519/2020).

Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, l’omesso versamento dell’Iva non può essere giustificato, ai sensi dell’art. 51 c.p., dal pagamento degli stipendi dei lavoratori dipendenti, posto che l’ordine di preferenza in tema di crediti prededucibili, che impone l’adempimento prioritario dei crediti da lavoro dipendente (art. 2777 c.c.) rispetto ai crediti erariali (art. 2778 c.c.), vige nel solo ambito delle procedure esecutive e fallimentari e non può essere richiamato in contesti diversi, ove non opera il principio della par condicio creditorum, al fine di escludere l’elemento soggettivo del reato (Sez. 3, n. 52971 del 06/07/2018).

L’elemento soggettivo del reato

Ai fini, infatti, della sussistenza del reato non è richiesto il fine di evasione, tantomeno l’intima adesione del soggetto alla volontà di violare il precetto; il dolo del reato in questione è infatti, integrato dalla condotta omissiva posta in essere nella consapevolezza della sua illiceità, non richiedendo la norma, quale ulteriore requisito, un atteggiamento anti-doveroso di volontario contrasto con il precetto violato.

D’altro canto, – hanno aggiunto gli Ermellini – “quanto al preteso dubbio circa la sussistenza di una “forza maggiore” impeditiva di differenti determinazioni (…) occorre la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, tra l’altro in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad allo stesso non imputabili”.

La causa di forza maggiore

In altre parole, la forza maggiore sussiste solo e in tutti quei casi in cui la realizzazione dell’evento stesso o la consumazione della condotta antigiuridica è dovuta all’assoluta ed incolpevole impossibilità dell’agente di uniformarsi al comando, e non può quindi ricollegarsi in alcun modo ad un’azione od omissione cosciente e volontaria dell’agente.

Ancor più in generale, è stato affermato che nei reati omissivi integra la causa di forza maggiore l’assoluta impossibilità e non la semplice difficoltà di porre in essere il comportamento omesso (Sez. 6, n. 10116 del 23/03/1990). Sì che: a) il margine di scelta esclude sempre la forza maggiore perché non esclude la suitas (coscienza e volontà) della condotta; b) la mancanza di provvista necessaria all’adempimento dell’obbligazione tributaria penalmente rilevante non può pertanto essere addotta a sostegno della forza maggiore quando sia comunque il frutto di una scelta politica imprenditoriale volta a fronteggiare una crisi di liquidità; c) non si può invocare la forza maggiore quando l’inadempimento penalmente sanzionato sia stato con-causato dai mancati accantonamenti e dal mancato pagamento alla singole scadenze mensili e dunque da una situazione di illegittimità; d) l’inadempimento tributario penalmente rilevante può essere attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili all’imprenditore, cui non abbia potuto tempestivamente porvi rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico.

In definitiva la Suprema Corte ha ritenuto prive di pregio le doglianze difensive dedotte dal ricorrente e ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile.

Avv. Sabrina Caporale

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