La ripetuta disponibilità manifestata dal promissario acquirente a stipulare il contratto definitivo è comportamento oggettivamente idoneo ad interrompere il decorso della prescrizione

La vicenda

Il contenzioso tra le parti riguardava la conclusione di un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile. Dopo il pagamento dell’intero prezzo, la cessione non veniva formalizzata in atto pubblico, nonostante il sollecito inoltrato dal promissario acquirente.

Sulla base di tale ricostruzione il l’attore agiva giudizialmente per ottenere la pronuncia della sentenza ai sensi dell’art. 2932 c.c.

Costituitosi in giudizio, il convenuto eccepiva, in via preliminare, la prescrizione del diritto azionato e, in via riconvenzionale, domandava la restituzione dell’immobile occupato dall’attore ed il risarcimento del danno quantificato in Euro 126.200,00 per il mancato godimento dell’immobile.

In primo grado, il tribunale adito dopo aver rigettato le istanze istruttorie di parte attrice, rigettava sia la domanda di esecuzione specifica del preliminare di vendita sia quella di ripetizione del prezzo corrisposto; condannava l’attore alla restituzione dell’immobile oggetto del preliminare e compensava le spese di lite.

Proposto gravame da parte dell’attore, la Corte d’appello di Napoli respingeva l’impugnazione, ribadendo la correttezza della decisione sotto tutti i profili contestati.

La Corte di Cassazione (Seconda Sezione, sentenza n. 32224/2019) ha accolto il ricorso dell’originaria parte attrice che, tra gli altri motivi aveva lamentato l’errore commesso dalla corte di merito per aver ritenuto, al pari del giudice di primo grado, irrilevanti ai fini dell’efficacia interruttiva della prescrizione, le sue ripetute dichiarazioni di essere disponibile alla stipula del contratto definitivo.

Al riguardo, la giurisprudenza ha più volte affermato che “l’eccezione di interruzione della prescrizione, in quanto eccezione in senso lato, può essere rilevata d’ufficio dal giudice in qualunque stato e grado del processo sulla base di elementi probatori ritualmente acquisiti in atti, onde, a tal fine, per decidere sulla questione di prescrizione introdotta dalla parte convenuta, il giudice deve tener conto del fatto, anche di quanto dedotto in giudizio prima della suddetta eccezione, idoneo a produrre l’interruzione, qualora l’attore abbia affermato il proprio diritto ritualmente e rettamente provandone la sussistenza e la persistenza” (cfr. Cass. 9053/2007; 13966/2007; Sez. Un. 15661/2005).

La decisione

Di tale principio non aveva fatto corretta applicazione il giudice di secondo grado, il quale non aveva correttamente valutato l’allegata circostanza della ripetuta disponibilità manifestata dal convenuto a stipulare il contratto definitivo; tale comportamento, – a giudizio degli Ermellini – “appare oggettivamente idoneo ad interrompere il decorso della prescrizione”.

L’eccezione di rinuncia alla prescrizione configura, peraltro, – ha aggiunto la Suprema Corte – un’eccezione in senso lato e può essere presa in esame d’ufficio dal giudice purché i fatti sui quali si fonda anche se non allegati dalle parti, siano stati ritualmente acquisiti al processo (Cass. 963/1996; 7411/2003; 4804/2007; 24113/2015).

In definitiva la sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d’appello di Napoli per nuovo esame della questione alla luce dei principi di diritto sopra richiamati.

La redazione giuridica

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