Una circolare interministeriale sui cosiddetti lavoratori fragili sottolinea la necessità di un giudizio medico legale per verificare la presenza di comorbilità che possano integrare una condizione di maggior rischio

Non basta soltanto l’età per stabilire se un lavoratore rischia di più dopo aver contratto Covid-19. E’ quanto stabilisce una circolare del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e del ministero della Salute, che fornisce aggiornamenti e chiarimenti in particolare sui cosiddetti lavoratori fragili.

Nel documento si legge che il concetto di fragilità va “individuato in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore/lavoratrice rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto e può evolversi sulla base di nuove conoscenze scientifiche sia di tipo epidemiologico, sia di tipo clinico”.

Con specifico riferimento all’età “va chiarito che tale parametro, da solo, anche sulla base delle evidenze scientifiche, non costituisce elemento sufficiente per definire uno stato di fragilità nelle fasce di età lavorative”. Tra l’altro, in caso contrario “non sarebbe necessaria una valutazione medica per accertare le condizioni di fragilità”.

Insomma, “la maggiore fragilità nelle fasce d’età più elevate della popolazione va intesa congiuntamente alla presenza di comorbilità che possono integrare una condizione di maggior rischio”.

“Ai lavoratori e alle lavoratrici – si legge in una nota – deve essere assicurata la possibilità di richiedere al datore di lavoro l’attivazione di adeguate misure di sorveglianza sanitaria, in ragione dell’esposizione al rischio di da SARS-Co V-2, in presenza di patologie con scarso compenso clinico come malattie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche, con documentazione medica attestante la relativa patologia”.

Per quanto riguarda i contenuti del giudizio medico legale, la circolare stabilisce che sarà compito del datore di lavoro fornire al professionista incaricato una dettagliata descrizione della mansione svolta dal lavoratore o dalla lavoratrice e della postazione/ambiente di lavoro dove presta l’attività, nonché le informazioni relative all’integrazione del documento di valutazione del rischio, con particolare riferimento alle misure di prevenzione e protezione adottate per mitigare il rischio da SARS-CoV-2.

Il medico, all’esito della valutazione, esprimerà il giudizio di idoneità nel quale fornirà, in via prioritaria, indicazioni per l’adozione di soluzioni maggiormente cautelative per la salute del lavoratore o della lavoratrice per fronteggiare il rischio da SARS-CoV-2; il giudizio di non idoneità temporanea dovrà essere riservato solo ai casi che non consentano soluzioni alternative.

Resta ferma la necessità di ripetere periodicamente la visita anche alla luce dell’andamento epidemiologico e dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche in termini di prevenzione, diagnosi e cura.

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