Non si configura un rapporto di lavoro subordinato nel caso in cui il proprietario di un immobile affidi occasionalmente a terzi l’esecuzione di piccoli lavori edili, mettendo a disposizione almeno in parte l’attrezzatura

La vicenda

Il titolare di un esercizio di ristorazione aveva esercitato contro l’INAIL azione di accertamento dell’insussistenza del rapporto di lavoro subordinato contestato, con conseguente nullità e inefficacia degli addebiti ricevuti a mezzo verbale unico di accertamento.

In estrema sintesi, al ricorrente era addebitata l’irregolare costituzione di un rapporto di lavoro subordinato con due operai, padre e figlio, di origine marocchina, immediatamente cessato, dopo che quest’ultimo subiva un infortunio, non denunciato, in violazione dell’art. 53 TU, dPR 1965/n. 1124, dal quale conseguiva per l’INAIL una inabilità temporanea assoluta, con postumi permanenti riconosciuti infine nella misura del 18%.

Gli addebiti mossi dall’INAIL e dalla Direzione Territoriale del Lavoro al ricorrente erano fondati essenzialmente sulla pretesa della irregolare, instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato quali operai edili comuni, con i due extracomunitari.

Padre e figlio erano stati incaricati dal titolare del ristorante di smontare una tettoia adiacente al proprio esercizio, di cui era anch’essi proprietario.

Tale incarico che, non poteva certamente radicarsi in un titolo di amicizia, o cortesia, ma aveva senza dubbio natura sinallagmatica con diritto ad un corrispettivo: era emerso, in realtà, che i due lavoranti fossero conduttori morosi del medesimo ricorrente; quest’ultimo aveva perciò, proposto loro di sdebitarsi mediante l’esecuzione di quel “lavoretto”.

Il rapporto tuttavia, cessò l’indomani, quando il giovane marocchino cadde dall’alto di una scala riportando lesioni (frattura pluriframmentaria scomposta del III prossimale dell’ulna e del radio con notevoli diastasi del capitello radiale, da cui sarebbero derivati un periodo di malattia e di incapacità ad attendere alle ordinarie occupazioni della durata superiore a giorni 40 e l’indebolimento permanente dell’apparato locomotore dell’arto superiore sinistro).

“La vicenda economica, deprecabile e non degna di un paese civile, ma gravemente arretrato, parrebbe tuttavia fuoriuscire dai cardini del lavoro subordinato” – è quanto ha affermato il giudice toscano.

Il “datore di lavoro” era infatti un ristoratore e non certo un imprenditore edile, e l’incarico lavorativo affidato era riconducibile ad una circoscritta lavorazione edilizia accessoria, assimilabile ad una “demolizione”, “smantellamento”.

Si trattava, dunque, del caso di un proprietario di immobile che affida, dietro corrispettivo (in luogo del canone dovutogli in forza di separato rapporto di locazione), con leggerezza a due persone di compiere un’opera che presentava aspetti di pericolosità (lavorazione anche in quota).

Esaurito quel lavoro, o meglio quell’opera, non vi sarebbe stata alcuna possibilità di prosecuzione dell’incarico per lo svolgimento di altre mansioni edilizie o di altra natura.

Pertanto, ad avviso del Tribunale toscano, il ricorrente doveva ritenersi responsabile dell’accaduto, ma non in quanto datore di lavoro dei due operai, che non era obbligato ad assumere per lo smontaggio di una tettoia.

Contratto d’opera: la nozione

È noto, infatti, che il contratto d’opera si ha quando “una persona” – non un imprenditore – “si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente” (art. 2222 c.c.).

La nozione di lavoratore e datore di lavoro, ai fini del d.lgs. in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (art. 2, co. 1, d.lgs 2008/n. 81), gravita, infatti, intorno al concetto di “attività” – e non di singola opera – e di “organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività”, di cui il datore ha “la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa”.

Neppure sotto l’angolazione del “luogo di lavoro” il caso concreto rientrava in tale disciplina, trattandosi certamente di luogo non destinato ad ospitare un posto di lavoro all’interno dell’azienda o dell’unità produttiva o di sua pertinenza, potendosi semmai parlare di “un cantiere temporaneo” cui le disposizioni del titolo II del d.lgs. cit. non si applicano.

Nel cantiere è poi prevista la figura del “d) lavoratore autonomo: persona fisica la cui attività professionale contribuisce alla realizzazione dell’opera senza vincolo di subordinazione”.

Ebbene, i due lavoranti, presumibilmente non in possesso di una adeguata formazione professionale, ma altrettanto ragionevolmente lavoratori manuali, erano sicuramente in grado, in autonomia, di eseguire uno smontaggio del genere di quello affidatogli, di salire il più giovane su una scala e di adoperare semplici utensili, come di dotarsi di protezioni individuali.

La fattispecie rientrava, dunque, nella previsione del titolo IV, capo II, dei lavori in quota (ex art. 107, d.lgs cit., attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 m rispetto ad un piano stabile): “1. Le norme del presente capo si applicano alle attività che, da chiunque esercitate e alle quali siano addetti lavoratori subordinati o autonomi, concernono la esecuzione dei lavori di costruzione, manutenzione, riparazione, demolizione, conservazione, risanamento, ristrutturazione o equipaggiamento, la trasformazione, il rinnovamento o lo smantellamento di opere fisse, permanenti o temporanee, in muratura, in cemento armato, in metallo, in legno o in altri materiali, comprese le linee e gli impianti elettrici, le opere stradali, ferroviarie, idrauliche, marittime, idroelettriche, di bonifica, sistemazione forestale e di sterro. Costituiscono, inoltre, lavori di costruzione edile o di ingegneria civile gli scavi, ed il montaggio e lo smontaggio di elementi prefabbricati utilizzati per la realizzazione di lavori edili o di ingegneria civile.” (art. 105, d.lgs cit.).

Il rapporto di lavoro subordinato

Era appunto questa la situazione verificatasi nel caso concreto, che non escludeva affatto la giusta assunzione di responsabilità del committente ma non quale datore di un lavoro subordinato insussistente.

Di qui la non comprensione del caso concreto nell’obbligo assicurativo, ex art. 4, co. 1, TU, dPR 1965/n. 1124, n. 1). Per queste ragioni, l’adito Tribunale di Siena (Sezione Lavoro, sentenza n. 54/2020) ha accolto l’opposizione del ricorrente e ha dichiarato l’infondatezza delle pretese contributivo-sanzionatorie azionate nei suoi confronti.

Avv. Sabrina Caporale

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