Un susseguirsi di elementi hanno correttamente portato il Giudice al rigetto della domanda attorea, presentata con ricostruzione della dinamica dell’urto più volte modificata e del tutto inverosimile (Tribunale di Lecce, Sez. I, Sentenza n. 2426/2021 del 09/09/2021-RG n. 4243/2018)

L’attore cita a giudizio l’Avvocato deducendo di avergli conferito mandato per la proposizione di appello avverso la sentenza n. 1925/15, con cui il Tribunale di Lecce rigettava la domanda di risarcimento danni dallo stesso proposta in merito a un sinistro stradale verificatosi in data 10.12.2004.

L’attore lamenta in particolare che il difensore ha ricevuto un acconto di 2.500,00 euro e ha redatto e notificato l’atto di appello, omettendo tuttavia di iscrivere la causa a ruolo e dunque rendendo la sentenza definitiva.

L’attore lamenta, inoltre, che il convenuto ha trattenuto l’assegno di euro 3.000,00 consegnatogli in adempimento all’obbligo di corrispondere alla Compagnia vittoriosa le spese di lite e ha dedotto di aver poi dovuto nuovamente versare l’importo di euro 3.600,00 in favore della Compagnia, a seguito di pignoramento presso terzi eseguito dalla creditrice, per intervenuta decadenza dall’accordo.

L’attore, pertanto, la condanna del professionista al risarcimento del danno patito per la mancata proposizione dell’appello e il conseguente vantaggio che sarebbe derivato dall’accoglimento della domanda, oltre all’importo di euro 3.600,00 versato a Fondiaria a saldo delle spese di lite liquidate con la sentenza impugnanda .

Nello specifico, per quanto qui di interesse, il Tribunale di Lecce ha ritenuto non attendibile la ricostruzione della dinamica dell’urto proposta dall’uomo e, in ragione delle conclusioni cui erano giunti i CCTTUU nominati, ha ritenuto che le lesioni personali patite fossero incompatibili con lo scontro contro la parte posteriore del furgone Fiat Iveco.

Sotto un profilo generale viene ricordato che la responsabilità professionale dell’avvocato trae la sua fonte nel contratto che lega il legale al cliente e in forza del quale il primo si impegna a prestare in favore del secondo la propria opera professionale, sia giudiziale che stragiudiziale.

L’attività che il legale presta nei confronti del cliente rientra nelle previsioni di cui all’art. 2230 c.c. e ss., ma l’aspetto della responsabilità professionale è disciplinato dagli artt. 1218 c.c., 1176 c.c. e 2236 c.c..

È pacifico che l’obbligazione assunta dal legale sia un’obbligazione di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista si impegna a svolgere l’incarico, con la diligenza esigibile, per consentire il raggiungimento del risultato sperato, ma non assume l’obbligazione di procurare con certezza quel risultato. Pertanto, l’inadempimento del suddetto professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata, ragion per cui l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine , positivamente svolta sulla scorta degli elementi di prova che il cliente ha l’onere di fornire , circa il sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, in definitiva, la certezza morale che gli effetti di una diversa sua attività sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente medesimo.

Inoltre, l’accertamento sulla sussistenza di problemi tecnici di particolare difficoltà che la prestazione professionale eseguita sia stata chiamata a risolvere spetta al Giudice del merito, il quale vi provvede con giudizio incensurabile in sede di legittimità, purché sorretto da una congrua motivazione e privo di vizi logici o errori di diritto.

In ogni caso, il diritto al risarcimento del danno non insorge automaticamente quale conseguenza di qualsivoglia inadempimento del professionista, dovendosi piuttosto valutare, sulla base di un giudizio probabilistico, se, in assenza dell’errore commesso dall’avvocato, l’esito negativo per il cliente si sarebbe ugualmente prodotto.

Sulla scorta di questo consolidato orientamento, con sentenza n. 1984/2016 la Cassazione ha ribadito che “la responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando altrimenti la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone”.

L’attore ha provato di aver conferito mandato ai fini dell’appello, in quanto è stata depositata in atti la copia dell’atto di appello redatto avverso la sentenza n. 1925/15 del Tribunale di Lecce, con consegna agli Ufficiali Giudiziari per la notifica.

È poi emerso che il difensore non iscrisse la causa al ruolo, per cui il processo di appello non ebbe seguito e la sentenza passò in giudicato.

Di talchè, risulta provata la negligenza del professionista che, pur avendo ricevuto mandato per la coltivazione del giudizio di appello, ha omesso di svolgere la propria attività.

Ciò, tuttavia, non comporta il riconoscimento automatico di un danno in favore dell’attore, il quale avrebbe dovuto dimostrare che l’appello, ove coltivato, avrebbe avuto esito almeno in parte vittorioso e che, dunque, la sentenza sarebbe stata riformata.

Tale prova non è stata affatto fornita.

Oltretutto, l’attore, nell’atto introduttivo del giudizio indicava genericamente di essere “in qualità di pedone, fermo sul ciglio della strada”, quando veniva improvvisamente travolto da un autocarro che effettuava una repentina e inaspettata manovra di retromarcia. In conseguenza di tale imprudenza, il mezzo danneggiante urtava violentemente la sua gamba sinistra e la ruota posteriore ne schiacciava il piede sinistro”.

La CTU svolta nel giudizio ha escluso che il furgone abbia potuto schiacciare il piede sinistro senza urtare contro il corpo dell’attore e senza spingerlo per terra, e, solo in sede di osservazioni alla CTU, è apparsa per la prima volta la nuova ricostruzione secondo cui l’attore avrebbe sollevato il piede sinistro per tentare di limitare i danni.

La ricostruzione postuma dell’evento, fornita a seguito della accertata incompatibilità tra la dinamica indicata in ricorso e i danni riportati, non può consentire all’attore di conseguire la riforma della sentenza.

Il Giudice, difatti, correttamente riteneva che la dinamica indicata non fosse compatibile con i danni riportati.

Inoltre, gli stessi testi di parte attrice nella causa del 2006, deferiti alla Procura per falsa testimonianza, hanno confermato la versione indicata in ricorso, differente da quella oggi rivendicata.

Ed ancora, la compagnia assicuratrice del furgone Fiat Iveco, nel costituirsi in giudizio, ha attestato che l’attore dichiarava all’accesso in PS che il danno era derivato da una caduta accidentale. Solo successivamente la versione della dinamica è stata modificata ed è stato indicato un sinistro stradale.

Ancora una volta, dunque, si rilevano elementi che hanno correttamente portato il Giudice al rigetto della domanda attorea, presentata con ricostruzione più volte modificata e del tutto inverosimile.

Aggiungasi che è risultata non corretta la stessa contestazione del CTP dell’attore, il quale ha inteso dimostrare, con documentazione fotografica, che l’uomo, alzando il piede, avrebbe potuto riportare i danni indicati senza che la parte superiore del proprio corpo urtasse col cassone.

Esaminando la fotografia prodotta dal CTP si vede chiaramente che l’attore, per compiere la simulazione, è costretto a reggersi col braccio destro al cassone: inverosimile, dunque, che durante la retromarcia dell’autocarro egli abbia mantenuto la posizione eretta senza tenersi al cassone, o che sia caduto senza essere stato attinto dal cassone e, addirittura, che il furgone abbia arrestato la marcia proprio un attimo prima di investirlo.

Ergo, l’appello, ove coltivato, sarebbe stato certamente rigettato e l’attore sarebbe stato condannato a ulteriori spese in danno della controparte.

La negligenza lamentata, dunque, ha in realtà creato un vantaggio, costituito dalla mancata duplice soccombenza.

In ragione di ciò è da escludersi che sussista una responsabilità dell’Avvocato in merito al mancato conseguimento del risarcimento, in quanto l’esito del giudizio di appello sarebbe stato per l’attore certamente negativo.

La domanda di parte attrice viene accolta nell’accertamento della negligenza della controparte, ma è rigettata nella richiesta di risarcimento del danno.

Del resto, non è stata richiesta la restituzione dell’importo versato a titolo di acconto al convenuto (sola richiesta che sarebbe potuta essere accolta).

In ragione della reciproca soccombenza delle parti, le spese di lite vengono interamente compensate.

Avv. Emanuela Foligno

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