L’imprevedibilità del pedone non esclude la responsabilità dell’investitore: qualora il sinistro si verifichi su una strada urbana, è doveroso ipotizzare la possibile presenza di pedoni e mantenere una velocità che consenta di arrestare il mezzo in un tempo utile ad evitare l’incidente

L’investimento del pedone

Un pedone fu investito da un motociclo sprovvisto di copertura assicurativa e a causa dell’impatto perse la vita. I suoi congiunti citarono in giudizio il conducente e il proprietario del veicolo investitore per il risarcimento di tutti i danni subiti.

All’esito del giudizio di primo grado, il Tribunale di Frosinone dichiarò la vittima responsabile al 70 per cento e il motocilista del restante 30 per cento. La Corte d’appello di Roma riformò la sentenza, ritenendo unico responsabile del sinistro il danneggiato.

La vicenda è giunta in Cassazione (n. 31714/2019) su impulso delle parti soccombenti. A detta dei ricorrenti, la pronuncia della corte d’appello capitolina era errata per violazione dell’art. 2054 c.c., primo comma, c.c. Tale norma esige per il superamento della presunzione di responsabilità ivi regolata, che il conducente dimostri di aver compiuto tutto quanto necessario per evitare il sinistro, nel caso di specie, tale dimostrazione non era stata raggiunta, né la sentenza consentiva di comprendere per quale ragione il conducente fosse stato ritenuto totalmente esente da ogni responsabilità.

La giurisprudenza di legittimità

La giurisprudenza della Suprema Corte ha recentemente affermato che “l’accertamento del comportamento colposo del pedone investito da un veicolo non è sufficiente per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054 c.c., primo comma, c.c., dimostrando di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e tenendo conto che, a tal fine, neanche rileva l’anomalia della condotta del primo, ma occorre la prova che la stessa non fosse ragionevolmente prevedibile e che il conducente avesse adottato tutte le cautele esigibili in relazione alle circostanze del caso concreto anche sotto il profilo della velocità di guida mantenuta”.

Tale pronuncia è in linea con altri precedenti della Suprema Corte, ove si è pure affermato che “in caso di investimento di un pedone, la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era, da parte di quest’ultimo, alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione ricorrente allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di prevenire l’evento (…) sicché l’automobilista si sia trovato nella oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti”.

Da tale orientamento risulta che non sufficiente la dimostrazione dell’imprevedibilità del comportamento del pedone, dovendo comunque il conducente investitore superare l’invocata presunzione, con dimostrazione di aver fatto tutto quanto possibile per evitare il danno.

Di tali principi non aveva fatto integralmente buon governo la Corte d’Appello.

La sentenza impugnata infatti, dopo aver indicato qual era lo stato dei luoghi, aveva ritenuto «imprevedibile non solo l’avvistamento del pedone in tempo utile per l’adozione di una manovra di emergenza», ma anche la stessa presenza del pedone in quel contesto (strada stretta, margine angusto, assenza di marciapiede o banchina sul lato destro, presenza di un costone roccioso). Mancava tuttavia, ogni accertamento positivo in ordine all’effettiva piena correttezza del comportamento del conducente investitore, soprattutto per quanto riguarda la prova, da parte sua, di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Ed infatti, a parte la perplessità manifestata dalla Corte di merito in ordine alla velocità tenuta dal motociclista («non [erano] emersi elementi idonei ad opinare l’eccessiva velocità del ciclomotore»), la situazione dei luoghi poteva anche esigere, in astratto, una velocità ben inferiore ai limiti imposti.

Inoltre, i giudici dell’appello avrebbero dovuto valorizzare altri due elementi: da un lato, il fatto che l’incidente si fosse verificato su una strada urbana, nella quale era necessariamente doveroso ipotizzare la possibile presenza di pedoni; dall’altro, l’applicabilità del generale principio di diritto secondo cui il conducente di un mezzo, sia esso motociclo o motoveicolo, è tenuto comunque a mantenere una velocità che gli consenta, anche in rapporto all’illuminazione esistente, di arrestare il mezzo in un tempo utile ad evitare l’incidente.

Per questi motivi la sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, per un nuovo esame della vicenda.

La redazione giuridica

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