Trattando il ricorso dei genitori di un bambino coinvolto in un sinistro stradale, la Suprema Corte ricorda i principi guida in tema di liquidazione del danno non patrimoniale

Con l’ordinanza n. 5865/2021 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di una coppia coinvolta in un sinistro stradale che aveva agito in giudizio, in proprio e in rappresentanza dei figli minori, nei confronti del conducente, del proprietario e della compagnia assicurativa del veicolo antagonista per ottenere il risarcimento dei danni subiti in conseguenza dell’incidente. In primo grado il Tribunale aveva accolto la domanda, attribuendo però ai genitori un concorso di colpa nella misura del 20%, per non avere allacciato le cinture di sicurezza ai figli. La sentenza, sotto tale aspetto, era stata riformata in secondo grado ma la Corte territoriale aveva accolto solo parzialmente la pretesa degli appellanti rispetto alla liquidazione del danno non patrimoniale patito da uno dei minori, incrementando il risarcimento spettante in misura inferiore a quanto richiesto.

Da li il ricorso per cassazione con il quale gli attori deducevano, tra gli altri motivi, che uno dei minori, in conseguenza del sinistro, aveva patito lesioni personali guarite con postumi antiestetici, fra cui la perdita del lobo dell’orecchio destro e queste cicatrici avevano provocato una “sindrome dismorfofobica”. A loro dire la Corte d’appello aveva tenuto conto di questa sindrome neurologica nella determinazione del grado di invalidità permanente ma aveva trascurato di prendere in esame le “ripercussioni negative che le lesioni avrebbero avuto sulla vita del giovane” violando, in tal modo, il principio della necessaria personalizzazione del risarcimento del danno biologico.

La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto infondato il motivo del ricorso.

La Corte d’appello, infatti, aveva accertato in punto di fatto che il minore, in conseguenza del sinistro, aveva sofferto: a) una frattura dell’omero, guarita con postumi permanenti stimati dal giudice di merito (sulla scorta del parere d’un ausiliario medico legale) corrispondenti ad una invalidità permanente del 2%; b) esiti cicatriziali deturpanti, valutati come un’invalidità permanente del 17%; c) una sindrome dismorfofobica (e cioè la preoccupazione ossessiva per il proprio aspetto fisico) di rilievo neurologico, valutata come un’invalidità permanente del 5%.

Ciò posto in facto, aveva liquidato il danno biologico da invalidità permanente, monetizzando l’invalidità complessiva del 24% in base alla tabella diffusa dal Tribunale di Milano e comunemente applicata dagli uffici giudiziari di merito.

Il Giudice di secondo grado aveva poi aggiunto: “a) che la misura standard del risarcimento del danno non patrimoniale causato da una lesione della salute può essere anche aumentata nel caso concreto, per tenere conto delle peculiarità del caso concreto: e tra queste, in particolare, dell’intensità delle sensazioni dolorose provate dalla vittima, e dello sconvolgimento delle sue abitudini quotidiane; b) che tuttavia l’una e le altre debbono essere puntualmente allegate e debitamente provate dal danneggiato; c) che nel caso di specie vi era tuttavia “assoluta mancanza di prova (..) in ordine alla gravità dell’evento lesivo e delle sue ripercussioni sull’esistenza del danneggiato”.

Così decidendo, la Corte d’appello non solo non aveva violato alcuna delle norme indicate dal ricorrente, ma si è attenuta puntualmente ai princìpi di diritto più volte affermati in sede di legittimità in tema di liquidazione del danno non patrimoniale.

Princìpi che la Cassazione ha riassunto come segue:

  1. Il danno non patrimoniale è una categoria unitaria ed omnicomprensiva. Non esistono pregiudizi non patrimoniali tra loro “ontologicamente” differenti; esiste in iure la categoria del danno non patrimoniale, ed in facto le singole forme concrete che esso può assumere (lesione dell’onore, della reputazione, del nome, della salute, e via dicendo);
  2. Dire che il danno non patrimoniale sia una categoria unitaria non vuol certo dire che, in presenza d’una lesione della salute, la monetizzazione col sistema c.d. “a punto” del grado di invalidità permanente ristori di per sé ogni e qualsiasi pregiudizio subìto dalla vittima. Moltiplicare il grado di invalidità permanente per una somma di denaro dà per risultato una somma di denaro idonea a ristorare il pregiudizio non patrimoniale consistente nell’incidenza dei postumi sulla vita quotidiana ed avente queste due caratteristiche: fondamento medico-legale ed intensità standard, cioè comunemente derivante da quel tipo di lesioni, per tutte le persone aventi lo stesso sesso e la stessa età Si tratta dunque d’una liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c., basata sull’assunto (medico legale prima che giuridico) secondo cui a parità di età e sesso, postumi identici comportano pregiudizi analoghi. Ma proprio in quanto basata su una presunzione semplice, la misura del risarcimento del danno alla salute risultante dal c.d. “calcolo a punto” può essere aumentata o diminuita dal giudice, per tenere conto delle conseguenze dannose non rientranti in quella misura standard: e cioè le conseguenze dannose non accertabili medico legalmente (ad es. vergogna, tristezza, disistima di sé, sofferenza morale), oppure le conseguenze accertabili medico legalmente, ma non comuni a tutti, e peculiari del caso concreto;
  3. Le “peculiarità del caso concreto” che, se sussistenti, possono giustificare un aumento della misura standard del risarcimento devono essere fatti, non vuote etichette. Non sarebbe, infatti, sufficiente chiamare pregiudizi identici con nomi diversi, per pretenderne la contemporanea risarcibilità. Per stabilire dunque se il giudice di merito abbia correttamente liquidato il danno non patrimoniale non si deve avere riguardo alle formule definitorie invocate dall’attore, o richiamate dal giudicante (come “danno morale”, “danno biologico”, “danno alla vita di relazione”, e via dicendo), ma occorre considerare: (a) quali siano stati i concreti pregiudizi dedotti dalla vittima e provati in giudizio; (b) quali siano stati i concreti pregiudizi esaminati dal giudice;
  4. Il danno alla salute in null’altro consiste, che nella compromissione del compimento degli atti della vita quotidiana. Non è quindi concepibile, come invece mostra di ritenere il ricorrente, un danno “da lesione della salute”, ed un diverso ed ulteriore danno da “incidenza della lesione della salute sulla vita quotidiana”. Un danno alla salute che non incidesse sulla vita quotidiana non sarebbe nemmeno un danno risarcibile. Non è dunque corretto né dal punto di vista medico legale, né dal punto di vista giuridico, sostenere che nella stima del danno alla persona debba tenersi conto dapprima dei postumi permanenti, e poi dell’incidenza di essi sulla vita della vittima. I postumi permanenti, per essere tali, debbono necessariamente incidere sulla vita della vittima: per danno biologico deve intendersi infatti non la semplice lesione all’integrità psicofisica in sé e per sé, ma piuttosto la conseguenza del pregiudizio stesso sul modo di essere della persona. La distinzione giuridicamente rilevante in tema di liquidazione del danno alla persona è piuttosto quella tra conseguenze indefettibili dell’invalidità e conseguenze peculiari. Le prime sono le conseguenze inevitabili per tutti coloro che abbiano patito identici postumi permanenti: ad es. la zoppia per chi abbia sofferto un accorciamento dell’arto inferiore, oppure la rinuncia all’attività fisica per chi abbia patito una grave riduzione della capacità respiratoria. Le conseguenze peculiari sono invece quelle sofferte solo da quella particolare vittima, in conseguenza delle sue pregresse condizioni o del tipo di attività da essa svolte, ma non comuni necessariamente a tutte le vittime che abbiano sofferto identiche lesioni guarite con identici postumi.

Alla luce dei principi appena riassunti, gli Ermellini hanno ritenuto il motivo del ricorso infondato nella parte in cui lamentava che la Corte d’appello avrebbe violato l’art. 2059 c.c., per non avere tenuto conto delle ripercussioni del danno patito dal minore sulla sua vita quotidiana.

Per quanto detto, infatti, “la liquidazione del danno biologico permanente è di per sé un ristoro per equivalente delle conseguenze che la lesione della salute ha avuto sulla vita quotidiana. Per pretendere la maggiorazione della misura standard del risarcimento non basta dunque allegare che i postumi hanno inciso sulla vita quotidiana della vittima: questo tipo di pregiudizio è infatti già ristorato dalla semplice monetizzazione del grado di invalidità permanente. E’ necessario, invece, allegare e provare che i postumi hanno inciso sulla vita quotidiana della vittima in misura differente e maggiore rispetto a tutte le altre persone della stessa età e dello stesso sesso, che abbiano sofferto postumi di identica misura”.

Nel caso di specie la Corte d’appello aveva monetizzato l’invalidità permanente nella misura percentuale risultante dalla sommatoria di tutti i postumi permanenti accertati in corpore, e così facendo aveva ristorato il danno non patrimoniale “standard’. Quindi, aveva escluso che tale misura dovesse essere maggiorata, per mancanza di prova di ulteriori conseguenze: e così facendo aveva rispettato il principio per cui la variazione in aumento del danno non patrimoniale alla persona esige l’allegazione e la prova.

La redazione giuridica

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