Mala gestio dell’assicurazione nella gestione del sinistro stradale: il danneggiato non costruisce correttamente le censure in Cassazione (Cassazione civile, sez. III, 15/04/2022, n.12385).

Mala gestio dell’assicurazione nella trattazione di un sinistro stradale è quanto viene dedotto in giudizio dall’attore. Quest’ultimo, propone ricorso per la Cassazione della sentenza del Tribunale di Napoli Nord nei confronti di Genertel Assicurazioni.

Assume il ricorrente che entrambi i conducenti coinvolti nel sinistro stradale sottoscrivevano il modello CAI, che veniva trasmesso alla Genertel in procedura di indennizzo diretto e che questa non formulava congrua offerta ed, anzi, avrebbe insistito per la dichiarazione del concorso di colpa del proprio assicurato.

Dopo la conclusione della causa sull’incidente stradale, l’uomo adiva il Giudice di Pace di Casoria proponendo azione di mala gestio nei confronti della Genertel per sentirla condannare al risarcimento dei danni derivanti dal ritardato pagamento ottenuto solo a seguito di causa.

Il Giudice di Pace rigettava la domanda ritenendola priva di prova (con riferimento alle spese sostenute a causa del ritardo con il quale l’assicurazione aveva erogato le somme).

Successivamente, anche il Tribunale, in funzione di Giudice d’appello, dopo avere dichiarato il giudicato interno sulle questioni non oggetto di appello, distinte tre possibili tipologie di mala gestio, confermava il rigetto della domanda.

In particolare, nel secondo grado, veniva precisato che l’appellante non chiedeva il risarcimento dei danni oltre il massimale, ma pretendeva dalla Compagnia di assicurazione il risarcimento di un danno ulteriore, derivante dal ritardo col quale la compagnia provvedeva a corrispondere l’indennizzo, facendo riferimento alla mora nelle obbligazioni di valore. Confermava il rigetto motivando che l’appellante non aveva chiarito i motivi per i quali dopo la perizia del fiduciario della Compagnia assicurativa non aveva provveduto a fare riparare subito il veicolo, né ad acquistarne uno nuovo, e quindi riteneva che i danni fossero ascrivibili al comportamento dello stesso danneggiato, e non all’inerzia della Compagnia.

L’uomo adisce la Cassazione denunciando la violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2043 e 2697 c.c., nonché l’omesso esame dell’appello, l’omessa motivazione, l’esistenza di una motivazione inesistente e meramente apparente e la violazione di una serie di altre norme di legge: artt. 1218 e 1176 c.c., nullità della sentenza e del procedimento, violazione e falsa applicazione degli artt. 148 e 149 della legge sulle assicurazioni e del D.P.R. n. 254 del 2006, art. 8.

Il ricorrente sostiene che, pur avendo agito con l’azione diretta verso il suo Assicuratore, il suo diritto si fonderebbe non sulle regole sulla mora nelle obbligazioni di valore, come indicato dal Giudice di appello, bensì consisterebbe in un’azione ordinaria ex art. 2043 c.c.. Assume, inoltre, che l’assicurazione è stata inadempiente alle obbligazioni assunte col contratto e che la questione rientra nella mala gestio.

Ad ultimo, deduce sempre il ricorrente, che non si è adoperato per ricomprarsi immediatamente una nuova automobile, evitando così le spese di dover retribuire chi lo ha accompagnato nel periodo intermedio, per il semplice fatto di non avere denaro disponibile, attendendo il risarcimento per potere pagare.

La Suprema Corte dà atto che il ricorso non si confronta adeguatamente con la decisione impugnata, non superando il vaglio preliminare di inammissibilità.

Il ricorrente non ha costruito correttamente la sua censura, prospettata in termini di violazione di numerose norme di legge, inidonee a costruire una linea difensiva coerente e, laddove lamenta la violazione dell’art. 1226 c.c., sembra contestare l’esito negativo del giudizio di valutazione pur equitativa del danno, che ne ha escluso il riconoscimento ritenendo che di esso non fosse stata fornita la prova, in tal modo formulando una censura che si indirizza, inammissibilmente, verso l’esito dell’accertamento in fatto, più che verso la ricostruzione in diritto della fattispecie operata dal Tribunale e verso le violazioni di legge in essa ipoteticamente contenute e correlate alla mala gestio dedotta.

Vengono evocate risultanze istruttorie, tra le quali una dichiarazione testimoniale, ma senza indicare di avere prodotto il relativo verbale e senza dichiarare di volere fare riferimento alla presenza di esso nel fascicolo, con conseguente violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6 e comunque senza nemmeno riferire che il valore di detta testimonianza era stato invocato con l’appello, la cui riproduzione anzi non vi fa cenno.

Per tali ragioni, la Corte dichiara inammissibile in ricorso.

Avv. Emanuela Foligno

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