Il riconoscimento da parte dell’Inail della malattia professionale deve essere comunicato al datore di lavoro (Tribunale di Bergamo, Sez. Lavoro, Sentenza n. 451/2021 del 16/09/2021-RG n. 1322/2020)

Il lavoratore si rivolge al Tribunale per sentire accertare e dichiarare l’illegittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto comunicatogli dal datore di lavoro, con conseguente condanna del medesimo alla sua riassunzione e/o al risarcimento del danno patito nella misura di 24 mensilità.

Il ricorrente, in particolare, sostiene la genericità della motivazione e l’insussistenza delle ragioni prospettate dalla convenuta, ritenendo le assenze da imputarsi a causa professionale (visto il riconoscimento della malattia professionale come da certificazione INAIL); chiede, inoltre, accertarsi il proprio diritto a percepire dal datore di lavoro le somme dovute a titolo di tredicesima mensilità, TFR, ferie non godute e ROL, per complessivi euro 10.249,99.

Il datore di lavoro contesta le domande del ricorrente e ne chiede il rigetto stante la legittimità del provvedimento espulsivo e l’integralità del pagamenti operati a favore del ricorrente.

Istruita la causa attraverso l’espletamento di prove testimoniali, il Tribunale ritiene non fonate le pretese.

Il licenziamento è stato irrogato per superamento del periodo di comporto : il ricorrente ha effettuato 401 giorni di assenza per malattia nell’arco degli ultimi 24 mesi, dal 24/02/2018 al 24/02/2020, e sul punto non vi è alcuna contestazione.

Secondo la prospettazione di parte ricorrente, le assenze in questione sarebbero state determinate da una malattia professionale riconosciuta dall’INAIL (“spondiloscopatia LS con protusioni discali multiple a concausa professionale”), pertanto, andrebbero scomputate dal conteggio del periodo di comporto.

Per contro, il datore di lavoro deduce di non avere avuto mai contezza della richiesta di riconoscimento della malattia professionale da parte del lavoratore, oltretutto, negli attestati di malattia telematici trasmessi dal medico curante del lavoratore non risulta la causale dell’assenza.

Ebbene, secondo il Giudice, le deduzioni del datore di lavoro colgono nel segno: non vi è dimostrazione che le assenze del ricorrente derivino dalla malattia professionale, né il ricorrente ha offerto prova in tal senso.

Anche a volere seguire la tesi del lavoratore, neppure risulta provata una responsabilità dell’azienda nella causazione dello stato patologico del lavoratore.

Difatti, il ricorrente si limita ad affermare genericamente, che ” è documentale come il datore di lavoro abbia violato le suddette regole, non valutando il rischio vibrazioni, non rispettando le norme sull’orario di lavoro, e non ponendo in essere alcuna misura volta a tutelare i dipendenti per i loro danni alla schiena (a tacer dei massacranti turni di lavoro ai quali gli autisti erano soggetti), in particolare fonte delle patologie che a tuttoggi affliggono il ricorrente”.

E’ vero, deduce il Giudice, che il ricorrente era soggetto a delle limitazioni, sin dalla prima visita medica del 05.12.201(” non deve movimentare, se non con altro operatore, carichi orientativamente superiori ai 15 Kg e/o ingombranti e/o la cui presa sia giudicata scarsa. Non deve effettuare operazioni che comportano il mantenimento di posture fisse incongrue del rachide (flessioni, iperestensione) ma deve invece poter modificare la postura del rachide con regolarità “), ma l’istruttoria ha confermato che “il datore non ha mai detto al lavoratore di movimentare carichi superiori ai 15 K perché aveva delle prescrizioni che rispettavano quando i carichi erano superiori alle prescrizioni il ricorrente veniva aiutato da altro personale e il peso si dimezzava. Abbiamo poi degli argani e poi in cantiere c’è la gru. La movimentazione dei carichi manuale è limitata ed ancora il ricorrente non ha mai comunicato dolori o problemi di salute durante la prestazione di lavoro “.

Anche il Medico del Lavoro, sentito come teste, ha confermato che il ricorrente non ha mai segnalato problemi, né richiesto visite straordinarie, specificando che il ricorrente aveva avuto un intervento chirurgico nel 2010 alla schiena, quando era alle dipendenze di altra azienda.

Pertanto, non vi è la prova che le assenze del ricorrente siano da ricondurre alla malattia professionale e che vi sia una qualche responsabilità della società datrice di lavoro nella causazione del danno.

Dal punto di vista formale, il ricorrente ha denunciato che il licenziamento irrogatogli sarebbe carente di motivazione, ma la doglianza è priva di fondamento.

Nella lettera di licenziamento del 24.02.2020 si legge ” Licenziamento per superamento periodo di comporto CCNL Edilizia ” e che ” le assenze sommarie non continuative ” registrate nell’arco degli ultimi 24 mesi ” e cioè dal 24/02/2018 al 24/02/2020 ” sono pari a “401 giorni “, ne consegue che il motivo del licenziamento risulta chiaramente esplicitato, con indicazione del periodo, delle norme di legge e di CCNL, delle giornate di assenza ed allegato l’elenco dei periodi di malattia mediante estratto INPS.

Viene al riguardo evidenziato che il licenziamento per superamento del periodo di comporto non è licenziamento per giustificato motivo oggettivo e, pertanto, non soggiace alla regola dell’obbligo di repechage.

Per tali ragioni, è pacifico che il licenziamento irrogato è legittimo, valido ed efficace.

Riguardo il pagamento degli emolumenti asseritamente non corrisposti, il datore di lavoro ha dato dimostrazione di avere corrisposto quanto spettante al ricorrente nel mese di aprile 2020, pertanto, anche sotto tale profilo le pretese del ricorrente non possono trovare accoglimento.

Conclusivamente, il Giudice del lavoro del Tribunale di Bergamo rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite liquidate in euro 1.800,00 per compensi professionali, oltre spese e accessori.

Avv. Emanuela Foligno

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