Respinto il ricorso di un uomo accusato del reato di maltrattamenti contro familiari per le violenze verbali e le aggressioni fisiche perpetrate nei confronti della madre

Il reato di maltrattamenti contro familiari è ravvisabile in presenza del compimento di più atti, delittuosi o meno, di natura vessatoria che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, senza che sia necessario che essi vengano posti in essere per un tempo prolungato non rilevando, data la natura abituale del reato, che durante lo stesso periodo siano riscontrabili nella condotta dell’agente periodi di normalità e di accordo con il soggetto passivo ovvero la detenzione o altre forme di restrizione per effetto di provvedimenti adottati dall’autorità giudiziaria che non recidono i legami tra i componenti del nucleo familiare a prescindere dall’attualità della convivenza.

E’ quanto ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n. 13699/2020 pronunciandosi sul ricorso presentato da un uomo condannato in sede di merito per maltrattamenti in danno della madre, ai sensi dell’art. 572 del codice penale.

In particolare, dalla sintesi delle dichiarazioni contenuta nella sentenza di primo grado era emersa una serie di condotte che ricomprendevano, oltre a forme di violenza verbale – parolacce, bestemmie e minacce che costituivano il registro comunicativo dell’imputato con la madre per chiederle soldi e di preparargli da mangiare, anche di notte – anche vere e proprie aggressioni fisiche, con il ricorso a spintoni, per costringere la donna a fare quanto richiestole e nel ricorrente danneggiamento del mobilio e suppellettili di casa. Comportamenti che gli stessi congiunti avevano descritto come forme di maltrattamento psicologico che ingeneravano nella settantenne persona offesa uno stato di ansia e di agitazione rilevato dagli agenti di polizia in occasione di loro interventi e che avevano costretto la vittima addirittura ad apporre cancelli di ferro alle finestre ed alla porta di casa per difendersi dalle incursioni del figlio, spesso ubriaco o in preda a crisi determinate dall’assunzione di stupefacenti.

Nel ricorrere per cassazione l’imputato eccepiva l’attendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa dal reato, con particolare riferimento alla collocazione, nel tempo delle condotte ascritte all’imputato erroneamente ritenute riscontrate, secondo la Corte distrettuale, dalle dichiarazioni di testi diretti i quali, tuttavia, nulla erano stati in grado di riferire su condotte violente o aggressive dell’imputato in danno della madre. Inoltre, contestava le conclusioni della Corte in merito in relazione alla coscienza e volontà dell’imputato di sottoporre la madre ad un regime di vita insostenibile, erroneamente ricondotta alla confessione dell’imputato stesso che, tuttavia, aveva dichiarato di volere bene alla madre; un aspetto non superato dalla sentenza impugnata se non con motivazione apparente laddove riconduceva la condotta abusante ai momenti nei quali egli necessitava di denaro.

La Cassazione, tuttavia, ha ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte, respingendo il ricorso in quanto infondato.

Per i Giudici Ermellini la sentenza impugnata si fondava sulle dichiarazioni rese dalla madre dell’imputato che avevano trovato riscontro in quelle dei numerosi congiunti sentiti in dibattimento e nelle relazioni di servizio redatte in occasione dell’intervento di Polizia e Carabinieri presso l’abitazione della vittima.

Dal Palazzaccio hanno inoltre specificato che il reato di maltrattamenti contro familiari non richiede la sistematicità della violenza e di condotte aggressive e umilianti per i congiunti ma la loro ricorrenza – che si riassume nell’abitualità- e, dunque, non postula che l’unico registro comunicativo tra autore e vittima del reato sia costituito da comportamenti aggressivi e violenti. Pertanto, anche periodi di ricomposizione dei rapporti, sul piano della civile convivenza, e la dichiarazione di affetto verso la madre di cui l’imputato aveva fatto mostra nel corso dell’interrogatorio di garanzia, non valgono ad elidere la illiceità della condotta.

Nel caso in esame, il regime di vita imposto dall’imputato all’anziana madre integrava, per la ricorrenza delle condotte abusanti e lo stato di prostrazione che ne era derivato alla persona offesa dal reato, il reato di maltrattamenti.

La redazione giuridica

Leggi anche:

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: LA TOSSICODIPENDENZA NON ESCLUDE IL REATO

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui