Risponde del reato di maltrattamenti anche il genitore che, in qualità di garante, non sia intervenuto con iniziative idonee a fermare o porre adeguato rimedio ai comportamenti violenti dell’altro coniuge ai danni del proprio figlio

La vicenda

La Corte di Appello di Bari aveva confermato la sentenza di condanna pronunciata dal giudice di primo a carico di un uomo accusato di non avere impedito, in qualità di esercente la potestà genitoriale, i delitti di maltrattamenti e lesioni gravissime, provocate dalla madre convivente ai danni del figlio di entrambi.

Per la cassazione della sentenza l’imputato ha proposto ricorso, lamentando l’errata valutazione dei fatti oggetto di giudizio e il vizio di motivazione per la mancata risposta ai motivi di appello.

Invero, la difesa aveva sostenuto la tesi dell’inconsapevolezza dell’imputato delle condotte violente tenute dalla convivente, allegando prove (una conversazione tra i due) che l’avrebbero dimostrato e tuttavia, la corte d’appello non aveva preso in considerazione tale doglianza.

Allo stesso scopo era stato segnalato che i comportamenti aggressivi e lesivi tenuti dalla madre nei confronti del bambino si erano intensificati solo negli ultimi giorni prima dell’arresto della donna, quando l’imputato, resosi conto di traumi visibili, aveva portato il piccolo in Ospedale.

Il giudizio di legittimità

Prima di affrontare le questioni poste a fondamento dell’impugnazione, i giudici della Suprema Corte hanno fatto un breve excursus del sistema di principi elaborato dalla giurisprudenza di legittimità, con particolare riguardo al tema degli abusi di carattere sessuale effettuati sui minori o da terzi o da soggetti in relazione personale col genitore oppure dall’altro genitore, e della possibile responsabilità del genitore materialmente estraneo agli illeciti.

Come è noto, l’art. 147 c.c. impone ad entrambi i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare ed assistere moralmente i figli, configurando così in capo a ciascun genitore, esercente la potestà sui figli minori, una posizione di garanzia in ordine alla tutela dell’integrità psico – fisica dei medesimi.

Dai citati doveri, nella prospettiva penalistica, consegue la responsabilità a titolo di causalità omissiva di cui all’art. 40 cpv. c.p. degli atti di violenza sessuale compiuti da altri sui figli, in presenza di determinate condizioni, individuate nella: a) conoscenza o conoscibilità dell’evento; b) conoscenza o riconoscibilità dell’azione doverosa incombente sul “garante”; c) possibilità oggettiva di impedire l’evento. (Sez. 3, Sentenza n. 19603 del 28/02/2017; Sez. 3, Sentenza n. 4730 del 14/12/2007).

La posizione di garanzia del genitore e l’elemento soggettivo del reato

In altre pronunzie, la giurisprudenza ha puntualizzato che la posizione di garanzia impone al genitore esercente la relativa potestà di intervenire per impedire che l’altro coniuge compia atti di violenza sessuale ai danni dei figli, quando ne sia venuto a conoscenza, provvedendo alla denuncia del coniuge abusante, sempre che non vi sia la possibilità di altri interventi idonei ad impedire l’evento (Sez. 3, Sentenza n. 1369 del 11/10/2011).

Con riguardo all’elemento soggettivo del reato è stato, invece, precisato che la responsabilità penale per omesso impedimento dell’evento può qualificarsi anche per il semplice dolo eventuale, a condizione che sussista, e sia percepibile dal soggetto, la presenza di segnali perspicui e peculiari dell’evento illecito, caratterizzati da un elevato grado di anormalità (Sez. 3, Sentenza n. 28701 del 12/05/2010).

La pronuncia della Cassazione

Applicando i suddetti principi al caso in esame il Supremo Collegio ha osservato – riprendendo quanto affermato dai giudici di merito – che le condizioni di salute del piccolo al momento dell’intervento dei medici erano gravissime, essendo caratterizzate da più fratture, da una condizione generale di malnutrizione, da cicatrici esito di bruciature di sigarette, ed allo stesso tempo evidenti, tali cioè da essere immediatamente visibili ad occhio nudo e percepibili nella loro gravità.

La corte territoriale aveva perciò correttamente ritenuto che la situazione di fatto fosse percepibile dall’imputato, sia per la gravità delle conseguenze fisiche patite dal bambino, evidenti sul suo corpo, sia per la reiterazione dei comportamenti violenti realizzati dalla genitrice ai suoi danni.

Con tale adeguata argomentazione era stata, pertanto, confutata la tesi difensiva dell’inconsapevolezza dell’imputato dei maltrattamenti a causa dei suoi impegni lavorativi.

Invero, la Corte di Cassazione (Quinta Sezione Penale, sentenza n. 6209/2020) ha ribadito che “dalla posizione di garanzia del genitore consegue l’obbligo di impedire gli eventi lesivi dell’integrità psico-fisica del minore, la cui violazione – nel caso in esame chiaramente verificatasi – equivale alla produzione dell’evento delle lesioni ai sensi dell’art. 40 cpv. c.p., per non essere il soggetto garante, in tale qualità tenuto ad attivarsi, intervenuto con iniziative idonee a fermare o porre adeguato rimedio ai comportamenti violenti della coniuge ai danni del piccolo”.

Per queste ragioni, il ricorso è stato definitivamente rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

La redazione giuridica

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