La paziente esegue intervento di mastoplastica riduttiva e addominoplastica che vengono mal eseguiti e che richiede intervento correttivo al seno con inserimento di protesi

Una donna cita a giudizio il chirurgo e le strutture sanitarie onde vedere accertata e dichiarata la loro responsabilità per l’errata esecuzione dell’intervento di mastoplastica riduttiva e di addominoplastica e dell’intervento correttivo di mastoplastica additiva.

I primi due interventi, eseguiti in una struttura di Pistoia, non furono eseguiti correttamente ed ebbero risultati aberranti quali un taglio di grandi dimensioni all’addome e l’aspetto asimmetrico, irregolare ed esteticamente deforme del seno.

Il chirurgo con un secondo intervento cercava di armonizzare la forma del seno, presso altra struttura di Firenze, con un intervento di mastoplastica additiva mediante inserimento di protesi mammarie, ma anche questo intervento ebbe un risultato finale pessimo.

La paziente instaura un procedimento di Accertamento Tecnico Preventivo all’esito del quale viene accertata la colpa del Chirurgo e un danno da postumi permanenti nella misura del 20%.

Segue il giudizio di merito, con trattazione sommaria ex art. 702 bis cpc, dinanzi il Tribunale di Firenze (Sez. IV civ., Ordinanza ex art. 702 ter cpc , RG 13781/2019 del 7 novembre 2020).

Il Giudice acquisisce il fascicolo dell’ ATP e trattiene la causa in decisione.

Nella CTU acquisita si rileva “la paziente,  pesava 85 kg e portava una quinta coppa D come misura di seno….(…).. nonché le tempistiche e tipologie di interventi operati sulla paziente dal Chirurgo nei locali delle due strutture sanitare, cioè la mastoplastica riduttiva e addominoplastica, e un secondo intervento nell’ottobre 2011 consistito in una mastoplastica additiva finalizzata a correggere i difetti estetici residuati al seno dovuti all’eccessivo svuotamento del tessuto adiposo\ghiandolare nell’intervento precedente”.

“….(..)..Verificata la presenza della documentazione attestante il consenso informato della paziente, e valutato che gli interventi di mastoplastica e addominoplastica erano effettivamente indicati dal punto di vista estetico e funzionale per la correzione della gigantomastia e de l grave sventramento addominale ritengono che nessuno dei due venne correttamente eseguito”.

Riguardo il primo intervento dell’agosto 2011 di mastoplastica riduttiva i consulenti hanno rilevato che l’errore è consistito nell’asportazione eccessiva di tessuto adiposo-ghiandolare, non proporzionata alla conformazione fisica della paziente.

Inoltre, la posizione dei complessi aureola-capezzolo non veniva accorciata secondo i comuni standard di riferimento, né veniva ridotta la cute in eccesso.

Riguardo l’addominoplastica i consulenti hanno rilevato l’esito non soddisfacente poiché residuava una cicatrice irregolare con accumuli adiposi circostanti e sui fianchi.

Anche il secondo intervento correttivo, effettuato solo sul seno, non veniva eseguito correttamente.

La sua esecuzione, a distanza di soli due mesi dal primo, avveniva troppo precocemente in quanto le mammelle si presentavano ancora edematose.

Per un risultato apprezzabile correttivo bisognava attendere almeno sei mesi per valutare correttamente l’opportunità di procedere, o meno,  alla correzione.

Inoltre, l’impianto delle protesi -resosi necessario per correggere l’eccessivo svuotamento precedente- non veniva associato a nessuna procedura per correggere la forma delle mammelle, anzi le protesi venivano posizionate in una tasca sottoghiandolare troppo grande che non migliorava il risultato finale.

Oggi, la paziente registra un seno di volume eccessivo rispetto alla sua corporatura con una ptosi di terzo grado.

La CTU conclude per la presenza di un nesso eziologico fra la non corretta esecuzione di entrambi gli interventi con un “pregiudizio estetico inquadrato in Classe II determinato dalla persistenza della gigantomastia con ptosi marcata di 3° grado e dalla cicatrice addominale irregolare con accumuli adiposi con riflessi anche sulla salute psichica per la presenza di un disturbo ansioso depressivo lieve ( secondo i criteri statistico-diagnostici per la malattia mentale del DSM 5 ) curato con un ansiolitico al bisogno. Il tutto con postumi permanenti nella misura del 20%, non incidenti sulla capacità lavorativa specifica”.

Ciò posto, il Tribunale dichiara che la responsabilità grava sia sul Chirurgo che sulle due Strutture che hanno reso possibile gli interventi fornendo le sale operatorie e quant’altro necessario.

Al riguardo viene rammentato il consolidato orientamento in punto di responsabilità civile nell’attività medico-chirurgica secondo cui l’ente ospedaliero risponde a titolo contrattuale per i danni subiti dal paziente derivati da colposa esecuzione della prestazione medica da parte dei sanitari che hanno operato nella struttura.

Tra paziente e Struttura si instaura il contratto di spedalità cui consegue una responsabilità di tipo contrattuale e ciò può dirsi definitivamente oggi recepito dalla legge Gelli che sancisce la responsabilità della Struttura anche per l’operato doloso o colposo di professionisti (anche) non dipendenti e scelti dal paziente.

In definitiva, la condotta del medico non può essere isolata dal “complesso organizzativo” operato dalla Struttura, a prescindere dal rapporto che lega gli uni all’altra.

La responsabilità del Sanitario, invece, che per negligenza, imprudenza, imperizia nell’atto sanitario abbia determinato il danno operando all’interno della struttura, riveste natura aquiliana, ai sensi di legge (legge Gelli), salvo che il Sanitario abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contratta direttamente con lo stesso paziente.

Ebbene, la paziente si rivolgeva direttamente al Chirurgo concordando corrispettivo della prestazione e tempistiche, mentre il suddetto professionista reperiva le Strutture sanitarie ove operare.

Ne deriva che per tutti i soggetti coinvolti, Chirurgo, Struttura di Pistoia e Struttura di Firenze, vige la responsabilità contrattuale con il relativo regime probatorio che poneva a loro carico l’onere di dimostrare che l’esecuzione degli interventi era esente da colpa.

Il Tribunale, quindi, liquida il danno biologico nella misura del 20% e quello da inabilità temporanea e totale nella misura complessiva di euro 71.822,00.

Viene respinta, invece, la richiesta di personalizzazione del danno in considerazione del fatto che la CTU, quantificando il grado percentuale di invalidità permanente sino al 20% ,  ha già mostrato di aver già preso in considerazione ogni conseguenza di tipo estetico e le ripercussioni dinamico – relazionali delle lesioni, compreso gli stati transitori di ansia curati con ansiolitici al bisogno.

Non vi sono, quindi, ulteriori spazi per procedere ad una personalizzazione del danno aumentando la misura del risarcimento, né vi sono ulteriori elementi per procedervi.

La decisione qui a commento si presenta impeccabile sotto il profilo giuridico, motivazionale e logico.

La vicenda analizzata consente una riflessione di ordine procedurale.

Quando la CTU viene svolta in maniera esaustiva e (anche e soprattutto) indirizzata da un quesito chiaro e calzante al caso concreto, nel successivo giudizio di merito, che ben può essere introdotto con lo strumento sommario ex art. 702 bis c.p.c., non vi sarà spazio per ulteriore, quanto inutile e dispendiosa, fase istruttoria e la causa può essere direttamente trattenuta in decisione.

In tal modo, difatti, si avvalora quella “speditezza” che nell’intento del legislatore và a contraddistinguere il procedimento sommario di cognizione.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a malasanita@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Responsabilità medica: errore nel dosaggio, esclusa la colpa lieve

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui