Il 54% dei medici visita da 11 fino a 22 pazienti al giorno. Sulle turnazioni i dati sono quasi allarmanti: il 33,3% ne fa da 1 a 3 mensili, il 25,5% da 4 a 5, il 10, 8% tra 6 e 7, e il 5% più di 8 turni. Il 41% cardiopatico.

Eccessivi carichi e turni insostenibili per i medici italiani che sono sempre più stressati e malati per il troppo lavoro e i turni lunghi. I numeri della mole di lavoro parlano chiaro: dai 12 ai 22 pazienti al giorno, con 7-16 guardie al mese, turni diurni e notturni attaccati. L’ultima ricerca di Anaao-Assomed condotta su 1925 camici bianchi, fotografa una situazione di grande disagio per i medici che soffrono sempre più di malattie cardiovascolari e metaboliche, disturbi del sonno e psicologici.

La valutazione dell’indagine analizza le problematiche connesse all’aumento dei carichi di lavoro nella sanità pubblica.  Il quadro che ne esce non e’ confortante. Per il 73.59% da almeno 2 anni non viene assunto alcun medico nel proprio reparto, mentre per quasi la meta’ del campione (48%) da almeno 5 anni. Ciò si verifica prevalentemente (40.78%) nelle regioni sottoposte negli ultimi anni ai piani di rientro, dove si sono avuti tagli fino al 15%. Il 54% dei medici ha dichiarato di visitare dagli 11 fino a 22 pazienti al giorno.

Dal 25 novembre anche l’Italia dovrà rispettare la normativa europea in tema di orario di lavoro in sanità. Scatterà infatti l’abrogazione della vigente normativa nazionale introdotte due regole che entreranno in vigore: la durata media dell’orario di lavoro non potrà in ogni caso superare, per ogni periodo di 7 giorni, le 48 ore, comprese le ore di lavoro straordinario; inoltre, è previsto il diritto a 11 ore di riposo consecutivo ogni 24 ore. In caso di violazione delle 48 ore medie settimanali si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 10.000 euro. In caso di violazione delle 11 ore di riposo giornaliere la sanzione va da 100 a 3000 euro. Le due nuove regole, sottolinea la Fp-Cgil Medici, servono a garantire la sicurezza delle cure e a ridurre il rischio clinico.

Il 65.5% dei medici non riesce ad usufruire con regolarità della pausa pranzo, mentre il 54.8% non riesce ad effettuare sport per mancanza di tempo e per il 77,5% la vita privata viene condizionata negativamente dal lavoro. La ridotta vigilanza può portare ovviamente a errori clinici. 

A rischio sono le Regioni in piano di rientro dal disavanzo della spesa sanitaria (Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). Secondo le stime, mancherebbero circa 5 mila medici per poter rispettare le normative europee. Nelle aziende sanitarie in queste settimane c’è uno ”stato di allerta”, afferma il sindacato: «Il maggiore allarme è per i piccoli ospedali, le strutture sanitarie territoriali h24, le attività ambulatoriali ospedaliere e i day hospital». Dunque, quello che arriva dalle organizzazioni di categoria è un ‘no’ deciso alla previsione di un possibile decreto unilaterale, da parte del ministero della Pubblica Amministrazione di concerto con il ministero del Lavoro, per la determinazione di deroghe alla normativa Ue.

Il presidente del Comitato di Settore Sanità delle Regioni, Massimo Garavaglia, ha ipotizzato anche una «mini proroga di circa due mesi nel primo testo di legge utile per arrivare al prossimo anno». Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin ha dichiarato: «Il medico è come un pilota di un aeroplano, affidereste la vostra vita ad un pilota che non dorme da 72 ore?». Della stessa posizione Massimo Cozza della Fp-Cgil Medici, che sui riposi in sanità afferma che «sono fondamentali». «Invece di deroghe unilaterali, si affronti la questione investendo le necessarie risorse nella Legge di stabilità e aprendo le trattative per il rinnovo del contratto 2015-2018» conclude Cozza. «A questo punto – incalza l’Anaao-Assomed – l’applicazione della Direttiva non può che essere al centro della prossima legge di stabilità, anche al fine di garantire i finanziamenti per stabilizzare l’immenso precariato su cui si è retto il sistema sanitario in questi anni e l’aumento degli organici».

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